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Etty Hillesum, per ricordare…

“A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare -se non li ospitiamo nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione-, allora non siamo una generazione vitale.
Certo che non è così semplice, e forse meno che mai per noi ebrei: ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione-, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portare chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti.”
Etty Hillesum, da Westerbork, dicembre 1942

E il compito di ospitare nelle nostre teste e nei nostri cuori gli avvenimenti della vita, e farli diventare fattori di crescita, è un compito sempre presente.

I nostri fondamentali valori umani

Da Westerbork, campo di smistamento, ultima tappa prima di Auschwitz.
“Essi vanno lungo il sottile filo spinato, le loro sagome in grandezza naturale scorrono indifese sulla grande distesa del cielo. Bisogna averli visti camminare laggiù…
La loro ben forgiata armatura di posizione, reputazione e proprietà s’è sfasciata, e ora essi sono rivestiti soltanto dell’ultima camicia della loro umanità. Si trovano in uno spazio vuoto, delimitato da cielo e terra, dovranno riempirlo da soli con le loro potenzialità interiori – là fuori non c’è più niente.
Ora ci si avvede che nella vita non basta essere un abile politico o un artista di talento, la vita richiede tutt’altre cose nella miseria estrema.
Sì, è vero, siamo messi alla prova nei nostri fondamentali valori umani.”

Etty Hillesum, Lettera del dicembre 1942

“La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde -fisicamente si va forse un po’ giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte.”
Etty Hillesum, Lettera del 3 luglio 1943

Leggo, rifletto. Coltivo il mio nucleo interiore…

Allargare il proprio cuore

“Si deve sempre allargare il proprio cuore così che ci sia spazio per molti. Le persone hanno in genere poco spazio nel cuore: se vi ammettono una persona nuova, le altre ne devono uscire.
(…)
Nelle relazioni umane davvero buone, si trae forza in egual misura sia dall’amore sia dall’amicizia che si prova per gli altri. Si deve essere giusti con tutti, non si può deprivare uno a causa di un sentimento troppo intenso nei confronti di un altro. Questo richiede molta forza e una grande quantità di amore.”
Etty Hillesum, Diario

Amo Etty. E ogni giorno mi cimento nell’allargare il mio cuore. Ovviamente ci sono anche i giorni in cui si apre poco, e son quelli in cui la vita non fluisce un granché.
Poi passano, e io torno a respirare. Perché solo nel cuore allargato la vita entra e mi ridà forze.
E anche se i piani delle relazioni sono poi diversi, ognuno ha un suo spazio, che cerco di nutrire e curare.
Quando ci riesco, sento di realizzare la mia vita.

Luna piena e arcobaleno

Ci sono semplici frasi che arrivano come un’onda dalla portata emotiva potente.
Semplici frasi dalle quali un mondo di vissuti esce lanciando la sua richiesta di ascolto, di vicinanza, di presenza amorevole. Ieri ne ho letta una così.
Ci sono frasi che escono dai post e vengono lanciate in cerca di condivisione, lanciate nell’aria come petali di rose, perché qualcuno le raccolga.
Leggo queste frasi, rispondo in qualche modo. Mi rimangono comunque dentro, le porto con me, nella mia vita. Frammenti di storie, stati d’animo, pensieri: non hanno volti, perlopiù, a volte neanche nomi che non siano nick, ma sono presenze vive e amiche.
Incontro un’intensità che mi commuove.
Etty Hillesum scriveva “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”. Lo comprendo bene, lo sento profondamente.
Qui si offrono e si ricevono balsami fatti di parole.
Ora però sono stanca e ho sonno, e non ho voglia di andare a dormire. Amo la quiete della sera, il silenzio intorno. In questo momento una luminosissima luna piena è comparsa proprio nel riquadro della finestra, sorprendendomi.
Anni fa, un giorno in cui ero triste, pensierosa, in risonanza con il lato doloroso della vita, alzai lo sguardo e dalla finestra vidi un arcobaleno.
Un po’ come stasera, il cielo risponde ai miei stati d’animo con la sua vita.
Inaspettatamente, questa luce brillante irrompe nella stanza silenziosa e mi dà gioia. Non che risponda veramente a una qualche mia domanda. Semplicemente, è. Questo esserci, così, è una risposta. Dedicata a chi si domanda il senso della vita, a chi non aspetta più Godot.

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Tempo della terra di mezzo

Tra la fine delle vacanze e il rientro c’è un tempo strano, una terra di mezzo che non appartiene né alla terra che si sta per abbandonare né a quella che si sta per raggiungere.

È un tempo di attesa. Per noi ansiosi, è come il tempo prima di partire, prima di uscire di casa verso stazioni o aeroporti. È un tempo di inquietudine, di passaggio, dove lo stato d’animo non si può calare in un luogo preciso.

Patisco un po’ questo tempo, e vorrei affrettarlo. Qui non riesco a concentrarmi, passo da un’attività ad un’altra, senza esserci per nessuna.

Allora, tanto vale finire di pulire i mobili della cucina: quei lavori radicali, in cui svuoti mobiletto per mobiletto, butti via quel che non serve più, lavi e rimetti tutto dentro in bell’ordine. E poi rimiri l’opera, che è poi il momento di maggiore soddisfazione. È anche un’attività meditativa: lo zen e l’arte di pulire la cucina. Funziona anche con la pulizia del bagno. (Per me non funziona con il cambio di stagione negli armadi, attività che detesto e che mi richiede dosi massicce di autocontrollo e di continue ripetizioni di mantra per evitare di scaraventare tutto fuori dalla finestra).

Comunque, ieri ho letto questa frase di Etty Hillesum: “…e le forze si rigenerano a ogni piccolo compito di cui mi faccio carico”.

I compiti imbrigliano le energie vaganti, offrono contenimento alla libertà dispersiva. E l’assunzione di responsabilità ci radica nella vita, nella realtà.

Il quotidiano non è sempre così rigenerante, ma forse a volte dipende anche dallo spirito con cui lo viviamo: ci tira giù se siamo in rivolta contro di lui, o se non riusciamo a metterci nulla di nostro.

Tant’è. Oggi l’attività zen di pulizia ha svolto la sua funzione, ha raccolto l’inquietudine e l’ha fatta scorrere. Ora posso tornare con più concentrazione al mio libro.

Tessere di un puzzle

Viviamo tempi depressivi; le notizie del mondo non ci aiutano a trovare serenità. E, quel che forse è peggio, ci fanno sentire impotenti: soprattutto noi italiani abbiamo dentro lo spirito del Gattopardo, quello sguardo rassegnato da troppe delusioni che toglie forze e fa sentire inutili eventuali tentativi di cambiamento… “Tanto non cambia niente”…  Oscilliamo tra rabbia sterile e depressione paralizzante.

Questo è lo spirito del tempo con cui facciamo i conti.

Parto da qui, ed è una partenza già in salita. Parto dal clima in cui mi sento immersa indipendentemente da come vanno le cose nella mia vita, e che comunque rimane sullo sfondo. È più faticoso fare progetti, investire sul futuro, però è anche ciò che sento di dover fare.

Quando mi lascio prendere troppo dallo spirito del tempo, questo mi tira giù, e mi toglie forze. Ho bisogno di ritornare in me, di concentrarmi sulle possibilità della mia vita, perché lì posso fare qualcosa, quello è lo spazio che mi è dato per fare la mia parte nella vita.

La mia amata Etty Hillesum: “…il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato.” Lei scriveva queste cose in un campo di concentramento.

Io fortunatamente non sono in quella condizione. Ma sento profondamente che devo coltivare me stessa. Sono una piccola tessera di un puzzle, ma se disegno bene la mia tessera, questa contribuirà all’insieme. Non credo che ci sia un disegno definito da una volontà divina, ma un disegno che cambia continuamente a seconda delle tessere che ciascuno di noi disegna con la sua vita. Non possiamo governare il tutto, possiamo solo governare la nostra tessera.

Cerco di farlo nella mia vita. Cerco di portare avanti e tenere accesa la fiammella della mia candela, come in Nostalghia, di Tarkovskj.  Testimoniare possibilità, in un clima che ci parla di impotenza; trovare spazi di creatività, di iniziativa; coltivare la speranza, la bellezza, la capacità di amare. Sempre per dirlo con Etty: “Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati”. Siamo piante diverse, che danno frutti diversi, ma il compito è comune.

Ogni volta che lo spirito del tempo mi tira giù, provo a contrapporre l’impegno a fare al meglio il mio disegno. Non sempre ci riesco, e questo fa parte del percorso. Ma ci riprovo.

L’ascolto

Mi colpisce sempre la potenza dell’ascolto.

Quando ho iniziato a lavorare in ospedale, il primo vissuto è stato il senso di impotenza: di fronte a quei fiumi in piena, cercavo parole intelligenti da dire, parole che non venivano. Poi ho cominciato a capire che ciò di cui le persone avevano veramente bisogno era di qualcuno che stesse lì con loro ad ascoltarli veramente, ad accogliere quella piena offrendo un contenitore in cui riversarsi e quietarsi.

Tempo fa mi è tornato in mente un ricordo di bambina. Stavo giocando e ho cominciato a pensare che quel peluche che avevo in mano avrebbe avuto una fine, e il pensiero è finito in un vortice emotivo: tutto ciò che guardavo avrebbe avuto una fine. Piangendo disperata sono andata da mia madre a farmi consolare. Non ricordo le sue parole, ma ricordo bene il suo abbraccio, la sensazione di calore e l’effetto calmante, rincuorante.

Ecco, ho pensato che in fondo io faccio un po’ questo: non posso certo prendere in braccio e cullare adulti sconosciuti, ma di fronte a quei fiumi in piena, l’ascolto profondo offre un calore e un contenitore che aiuta a quietarsi, a non sentirsi soli nella tempesta.

E poi, in fondo, siamo tutti fiumi in piena. Anche noi che stiamo qui a scrivere sui nostri blog cerchiamo ascolto e condivisione. Abbiamo emozioni, pensieri, che vogliamo raccontare a qualcuno; e siamo contenti (almeno, io lo sono), quando qualcuno clicca Like, Share, o scrive un commento (non è certo un caso che in internet i pulsanti Like e Share non manchino mai).

L’altra sera ero sull’autobus e si siede accanto a me un signore anziano. Nel giro di due sole fermate mi racconta un po’ delle sue pene: e -credo- solo perché quando si è seduto mi sono voltata verso di lui e gli ho sorriso mentre spostavo la mia borsa.

Siamo tutti fiumi in piena: abbiamo bisogno di dire di noi, di seminare tracce nella vita, di sentire che qualcuno le vede e le accoglie. Like and share.

Ed è anche bellissimo accogliere quelle tracce, stare accanto a chi te ne sta consegnando alcune, tesori preziosi, condensati di vita e di esperienze, di lacrime e di speranze, fragili e forti.

Rilke, seconda elegia duinese: “Come rugiada dall’erba novella/ quel che è nostro svapora da noi, come il calore da / vivanda calda. (…)/ Avrà forse sapore di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo?”

C’è sapore di noi nella vita, ed è una ricchezza che mi riempie l’anima. Grazie agli sconosciuti che mi hanno donato le loro storie. Spero di essere stata un po’ di conforto per loro; loro sono stati sicuramente di conforto a me.

E ancora Rilke, poeta del cuore: “…e udì estranea un estraneo che diceva: / iosonoaccantoate.” (Il rapimento, da: Nuove poesie).

Ho incontrato questi versi nel diario di Etty Hillesum, e lì la traduzione era un po’ più suggestiva. Ve la riporto perché poi è così che a me risuona: “E sentì stranamente uno straniero dire: io sono con te.”