Archivio mensile:gennaio 2013

La città in inverno

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Cammino veloce nell’aria pungente e lo sguardo aperto incontra il gioco dei rami spogli che si intrecciano nel cielo. Comincio a scattare qualche foto, perché la bellezza che vedo è commovente pure lei. Quei semplici rami stretti tra asfalto e palazzi, radici potenti che sollevano le pietre del marciapiede, tronchi massicci che si slanciano tra auto parcheggiate. Scatto con mani sempre più ghiacciate e zampilli di felicità sgorgano inaspettati.

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Amo la città, amo la città in inverno, amo camminare nell’aria fredda che mi fa sentire viva. Amo il brulichio della vita, di noi esseri umani che corriamo per le strade, entriamo nei negozi, ci affaccendiamo intorno alle nostre cose; amo i parchi con i loro cani scodinzolanti , i bambini che giocano, le persone che li attraversano frettolose, quelle che passeggiano lente, che chiacchierano con qualcuno; amo le luci della sera, quelle dei negozi e quelle dei lampioni, amo le strisce luminose dei fari delle auto; amo le infinite sfumature dei volti che incontro, delle loro espressioni; amo la vita che vive nelle case, che si intravvede dalle finestre illuminate, che si intuisce dalle ombre dietro a tende tirate; amo la vita pulsante, cuore battente della città.

Respiro smog e incrocio anche brutture. Però la città è il luogo dove mi sento a casa.

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Le nostre vite incompiute

Prigione che si risveglia

Oggi ripensavo a questa statua di Michelangelo. Ne avevo già scritto in una pagina (Perché scrivere 2), ma ci torno perché è un’immagine a cui penso spesso. Mi commuove, come le vite di noi esseri umani. Fatiche, sofferenze, gioie, sbozzano la nostra pietra. Quanto lavoro per trovare noi stessi, per dar senso alla nostra vita!

Come il torchio di cui parla sant’Agostino, la vita ci spreme e tira fuori olio e morchia. Senza la pressione della vita non tireremmo fuori i nostri talenti, e neanche la nostra morchia.

Mi commuove quella fatica. Guardo le nostre vite, ciò che riusciamo a far emergere dalla pietra che le tiene prigioniere, e penso che siano fiori che sbocciano, formiche che trasportano il cibo conquistato e che pesa molto più di loro, albe che emergono dalla notte, tramonti che -esausti- si rituffano nel buio.

Noi siamo ancora qualcosa di diverso, e possiamo influire sul nostro destino, abbiamo voce in capitolo sulle nostre storie. Non siamo così liberi come ci piace credere. La nostra storia, i nostri imprinting emotivi, le nostre esperienze precoci condizionano pesantemente i nostri passi nel mondo. Ripercorriamo strade usurate, ripetiamo il passato nel presente.

Siamo lì, dentro la pietra che blocca il nostro divenire. Siamo forme potenziali, che lottano per uscire, per dispiegarsi. Il levare è doloroso, ma dà forma, e noi siamo lì, a faticare per esprimere e liberare ciò che siamo. Per scoprirlo, perché finché siamo dentro non sappiamo bene chi siamo, non conosciamo i nostri confini. Possiamo illuderci di averli più grandi, temiamo che siano più piccoli, oscilliamo tra sopra e sottovalutazione. Finché il levare dello scalpello tira fuori forme più definite, e che per tutta la durata della vita potranno ancora essere levigate, sempre di più, modificate, distrutte.

Ci dobbiamo prendere cura dell’opera che è la nostra vita. Ce ne prendiamo cura come possiamo, e anche questo è commovente.

Guardo le vite intorno a me e vedo tanti individui che cercano di uscire dalle loro pietre: chi lotta, chi sta fermo, chi distrugge… Ma ogni spazio di libertà conquistata, è vita coraggiosa che cresce, che trova se stessa, che dà testimonianza di sé e, così facendo, aiuta altre vite a trovarsi, a provarci.

Con amore, sosteniamo le nostre e le altrui battaglie. Con profondo rispetto, accolgo in me le opere incompiute che siamo.

Giorno della memoria

“… Nessuno può sapere quanto a lungo, ed a quali prove, le sua anima sappia resistere prima di piegarsi o di infrangersi. Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutaria.”

Primo Levi, I sommersi e i salvati

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Goccedisabbia's Blog

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Allora che facciamo? Di solito creiamo qualche specie di dramma per porre fine alla relazione, e cambiando partner possiamo mantenere l’illusione che un giorno, con la persona giusta, troveremo che non ci sono sensazioni di ‘non me’. Questo può accadere. L’esperienza di ‘non me’ è inevitabile. Essa porta alla luce la ferita della separazione e noi dobbiamo affrontarla. Alla fine riconosciamo che, in modi molti profondi e significativi, siamo diversi. E non sempre siamo in grado di comunicare, o di entrare in connessione. Ed è questo che provoca la dolorosa sensazione di separazione, non le differenze. Prima o poi ciò si verificherà in ogni relazione profonda e dovremo affrontarlo – non solo con gli amanti ma anche con gli amici.
Accettare il ‘non me’ è un importante processo di maturazione che ci porta a tu per tu con il nostro essere soli. Le relazioni spesso ci procurano i nostri primi…

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Sera dopo

“Non si esce mai indenni da queste incursioni nel cuore della sofferenza degli altri.” (Marie de Hennezel)

In effetti questi giorni sono stati pesanti, lavorativamente parlando. Non sono uscita proprio indenne da alcune stanze. Si usa l’espressione “contagio emotivo”, e in questi giorni mi è stato molto chiaro cosa significhi: frammenti di stati d’animo altrui mi sono rimasti attaccati addosso, occhi smarriti hanno continuato a guardarmi… E anche quando, a casa, preparavo la cena o leggevo un libro, un alone di pesantezza stava acquattato in fondo all’animo.

Oggi, però, sono uscita abbastanza presto: c’era ancora il sole e il cielo era azzurro, l’aria non era fredda. Sono andata a fare la spesa: mi sono concentrata su mele e arance, sui prodotti di cui avevo bisogno; ho annusato ammorbidenti, letto qualche etichetta, scandagliato con attenzione i banchi freezer, a caccia di surgelati appetibili e pronti in pochi minuti.

Un tuffo nella normalità, nella vita concreta e quotidiana: ne avevo bisogno, e di corridoio in corridoio, insieme al carrello spingevo in su anche il mio umore.

Così stasera, ripreso un certo equilibrio, torno indietro a recuperare anche un senso per la fatica dei giorni scorsi. E torno alle parole della de Hennezel: “…proprio attraverso le cose che ci feriscono diventiamo vulnerabili, quindi aperti agli altri e veramente umani.”

E ancora: “Non si sa mai chi accompagni chi, e questa è la dimostrazione della reciprocità della relazione. (…) l’altro mi porta qualcosa con l’esperienza che sta vivendo, mi avvicina a me stesso, alla mia condizione di essere umano sofferente. Ci sono benefici reciproci nell’accompagnamento.”

Sono completamente d’accordo. E in fondo, penso che non sia molto diverso dal senso dello stare qui a dialogare attraverso i post con altre storie, altre esperienze, altri sguardi: condividiamo i percorsi e così sappiamo di non essere soli; da lì traiamo forza per combattere le nostre battaglie, godiamo leggerezza e sorrisi per riprendere energia.

Per me una delle grandi bellezze della vita è proprio il dialogo, la possibilità di condivisione. Ecco, lì trovo la meraviglia. Lì si ricompone il dolore. Nel cuore dell’umano, fluisce la vita.

Sera

Gravata di quotidiano, di normali fatiche da tutti i giorni.
Sull’onda della stanchezza, una cappa avvolge le persone e le loro vite, e tutto risuona come peso.
Ricerco l’equilibrio tra angoscia e meraviglia, tra pesantezza e leggerezza. È un filo sottile che oscilla, e mi lascia nell’anima il sapore degli estremi che sfiora.
Oggi queste fatiche non riguardano me, ma le vite altrui che incrocio. Oggi riverberano anche gli sguardi colti al volo per un corridoio.
E ora scrivo per far fluire, per restituire all’aria gli stati d’animo che mi attraversano.
Li ricompongo in nuova forma attraverso le parole. Sono le mie preghiere laiche.
Il filo sottile smette di oscillare e trova quiete. Sto composta in me, ora posso andare a dormire.