Archivio mensile:agosto 2016

Fotografare è celebrare

“E queste cose che vivon di morire,
lo sanno che tu le celebri; passano
ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più di tutto.
Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile cuore
In –oh Infinito- in noi! Qualsia quel che siamo alla fine.”
Rilke, Nona elegia duinese

Stamattina sono uscita nuovamente a passeggiare intorno a casa, Canon in mano.
Andavo lenta, guardando senza progetto. È bello il mondo quando lo guardi così. E agosto aiuta, con le sue strade semivuote e i ritmi lenti che conciliano la riflessione e l’ascolto.
Pensavo ad Harvey Keitel, nel film Smoke. Fotografava sempre lo stesso scorcio di strada davanti al suo negozio, tutti i giorni alla stessa ora.

Ecco, anche per me è un po’ così.
Fotografare è celebrare le cose che vedo. Le cose piccole, quelle che non urlano la loro presenza, ma sono lì, esposte, a raccontare storie.
E il bello è che le storie che raccontano non sono le stesse per tutti: chi passa e ascolta, coglie la sua.
L’altro giorno sfogliavo il catalogo fotografico di Vivian Maier. Guardavo volti di sconosciuti, scorci di vite che non sono più, fermate in un tempo che è andato oltre, che le ha seppellite.
Perché sono così belle quelle foto? Perché ci incantiamo così a guardarle?
Penso alle foto di quei grandi maestri del quotidiano come Cartier-Bresson, Doisneau, Erwitt, Berengo Gardin, giusto per dire i primi che mi vengono in mente… Continuiamo a farci catturare dalle loro immagini… Perché parlano ancora?
A me parlano perché non mi fanno sentire sola, e perché celebrano la vita. Mi fanno sentire continuità, pur nel cambiamento. Mi fanno sentire parte di un flusso evolutivo.
Commovente.
“E queste cose che vivon di morire, lo sanno che tu le celebri…”
E quando accade che lo sguardo celebri ciò che vede, con o senza macchina fotografica, lì scatta un clic interiore. Lì la vita ha senso, così com’è. Lì c’è quiete, c’è la gratitudine di esistere, la bellezza struggente della vita che si dà sapendo di passare.
Allora anche una semplice panchina solitaria è bella, il passante che attraversa la strada con la sua unica andatura, il cestino della carta straccia… Scorci di esistenza, testimonianze di un attimo di vita.

“…Ma quest’essere
stati una volta, anche una volta sola,
quest’essere stati terreni pare irrevocabile.”
Rilke, Nona elegia duinese

Allora fotografare diventa meditazione, poesia, riflessione.

(Oggi volevo pubblicare altre foto, ma sono venute le parole…
A domani le immagini.)
🙂

Strade d’agosto (prima parte) : passanti

Oggi sono felice.
Da un po’ cercavo nuovi sguardi attraverso l’obiettivo. Non nuovi in assoluto, ovviamente. Nuovi per me.
Oggi ho camminato un po’ per strade deserte: strade quotidiane, che conosco bene. L’aria fresca -quasi non ho sudato!- mi sono lasciata guidare dalla vista, da quel modo di guardare che a volte accade, e ti fa scoprire le cose note in una luce diversa. Divento io stessa un po’ pellicola impressionabile da luci e forme, obiettivo che si apre o si stringe, che sposta il fuoco da molto vicino a molto lontano, e incontra quel che incontra, senza averlo cercato.
Sono momenti preziosi in cui il quotidiano vive, canta, danza.
Poi ho fatto anche le foto, ma l’esperienza più bella è interiore.

Cosa nuova per me, qui trovate delle persone. Sto a distanza, perché mi imbarazza ancora andare vicino…E poi, quello che mi colpisce, non sono tanto le persone in se stesse, ma l’attimo di vita che mostrano.