Archivio mensile:ottobre 2014

Mai mi sarei aspettato

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C’è una frase che mi sento ripetere più o meno tutti i giorni: “non mi sarei mai aspettato/a di vivere questo”.
La vita, nel bene e nel male, giunge in forme inattese. Spesso, non gradite.
E il vissuto con cui mi confronto quotidianamente è proprio quello del sentirsi imprigionati in condizioni non volute.
Per questo penso spesso alle statue dei Prigioni di Michelangelo, di cui ho già scritto più di una volta. Quelle immagini continuano a parlarmi della fatica di ogni vita, di quanto siamo imprigionati in materia che ci trattiene e ci toglie libertà. Da lì, strade diverse sono possibili, dal rimanere fermi al cercare -in vari modi e tempi- di andare oltre il limite, di limare la linea di confine.
Lo scolpire di Michelangelo dava forma togliendo: metafora di vita.
Quanta fatica, quanta pena, quanto lavoro…
Quando si sentono i vincoli della pietra che imprigiona le nostre vite, le nostre potenzialità, o i colpi dello scalpello che sbaglia e rovina qualcosa di finito o che sembrava tale, è difficile reggere l’urto.
Ha da passà ‘a nuttata. E sembra non passare mai.
Lavoro per aiutare le persone a cercare gli strumenti utili per vivere quelle lunghe notti dell’anima. E magari, per far sì che da quelle notti riescano a tirare fuori qualcosa di significativo.
E lavoro per me, per le mie notti dell’anima.
Ciò che riusciamo a fare di quelle notti è l’opera della nostra vita.

Risuonare con le fatiche

E poi c’è la stanchezza di quando riverberi col grigio, di quando risuoni solo con le fatiche altrui, e tutto il resto è fastidio.
Pensavo questo dopo il racconto di A., donna alquanto affaticata.
Non è la sua storia che voglio condividere, quanto piuttosto un suo camminare per le strade della città. Un cammino in cui sente montare l’insofferenza, in cui i marciapiedi sono troppo affollati di persone in pausa pranzo, che chiacchierano, occupano lo spazio muovendosi con lentezza. Odori di cibo escono dai bar, odori anche sgradevoli, di fritti, di piastre che hanno bruciato toast e panini. Arrivano voci a volume troppo alto… Troppo rumore, troppa confusione, troppa vicinanza con corpi sconosciuti… Tutto questo invade il suo spazio, è troppo vicino, dentro i suoi confini.
Vorrebbe che stesse tutto fuori. Quel troppo la infastidisce: vita rumorosa, vita che scorre in superficie, vita commerciale di negozi, vetrine e merci non indispensabili. Carampane modaiole, adolescenti sopra le righe come solo gli adolescenti possono essere quando sono in branco, vestiti impeccabili diretti in uffici impeccabili. Una vetrina che parla di corpi rimodellati, e di denari immolati sull’altare dell’illusione.
Lo sa, la stanchezza la rende giudicante e intransigente.
Sa che non va bene, sa che sono lenti affaticate dalla sua vita e da quelle altrui che faticano anche più di lei. Sa di non dover dare troppo spazio a quegli sguardi. E allora cammina veloce, guardando il marciapiede, e tira dritto per la sua strada.
Nel suo spazio ha bisogno di far entrare solo ciò che le è di aiuto, che la rigenera. Non c’è posto per altro, non ha energie per altro. L’ affatica tutto ciò che non risuona su frequenze per lei tollerabili.
Non è tempo di normalità, o meglio, la normalità è un tempo di concentrazione su ciò che ha senso e valore. È tempo di fatica quotidiana. Avverte subito quando qualcosa la intossica, o si pone come nocivo. Gira al largo, ha bisogno di cibo nutriente per lo spirito e per l’anima.
Poi, è donna ragionevole, ha imparato a stare.
Oggi, però, aveva bisogno di dire a qualcuno quanto fosse stanca, e io l’ho ascoltata.
E stasera tiro dritto anch’io per la mia strada, lontana dal flusso di vita che scorre accanto a me.

Un attimo di pausa

Settimane di lavoro intenso, weekend passati a fare slides per due corsi che dovrò tenere, diciamo che sono stanca. Ho poco tempo per il blog, anche solo per leggere i vostri post o commentare, e poco spazio interiore per scendere al di sotto del quotidiano indaffarato.
Mi dispiace e ne sento la mancanza, ma va così. Perlomeno domani inizia il primo corso, e spero che l’ansia cominci a placarsi. Ho comunque davanti due mesi di fuoco, e ho bisogno al più presto di riprendere in mano la macchina fotografica e un libro che non riguardi i corsi.
Nel frattempo….
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