Archivi tag: Dare senso alla vita

Tessiture di neurodiversità

La giornata è finita, scorrono nella mia mente parole ascoltate, scene di vita, volti, espressioni.
Fatiche esistenziali in cerca di risposte.
Che senso ha la mia vita? Se provo dolore, se non sono felice, se non ho raggiunto gli obiettivi che desideravo raggiungere, se vivo mancanze… vuol dire che la mia vita è sbagliata? Che io sono sbagliato? Se arranco, inciampo, non trovo, significa che sono inadeguato? Dove si misura il benessere? Cosa fa di una vita la mia vita?
Accompagno persone che attraversano domande, rifletto io stessa sulle mie, leggo e ascolto risposte.
Ultimamente queste domande si intrecciano nella mia testa con il tema della neurodiversità.
La parola rimanda all’idea che condizioni cognitive come autismo, ADHD, disturbi dell’apprendimento non possano essere ricondotte a etichette diagnostiche stilate sulla base di deficit e disfunzioni, ma vadano considerate nelle loro complesse unicità, fatte anche di punti di forza, di potenzialità specifiche, non solo di mancanze.
Penso allora alle nostre vite, ognuna con i suoi deficit, le sue diversità, le sue caratteristiche uniche, che fanno di noi ciò che siamo. Deficit e punti di forza sono i fili che, intrecciandosi, creano la trama e l’ordito delle nostre vite.
Ogni tessitura è a sé, e la ricchezza di infiniti disegni così diversi tra loro è stupefacente.
Credo che il nostro benessere, la serenità, il senso di pienezza di vita passino attraverso il dare valore alle nostre tessiture, amarle e curarle perché possano esprimersi al meglio possibile.
Possiamo incrociare eventi avversi, tempeste che ci possono spezzare, farci deviare in forme inaspettate e non gradite. Siamo sbagliati per questo? La nostra vita è sbagliata perché diversa dalla trama desiderata?
Possiamo solo continuare a intrecciare i fili, rammendare le ferite, guardare con amore e rispetto l’opera nella sua interezza e complessità, via via che si vien formando.
Finché c’è vita c’è tessitura possibile. Bella e degna così com’è.

Senza senso?

Ci sono giorni in cui lo sguardo che si posa sulle cose, sul mondo, non riesce a dare vita a ciò che vede. Le cose rimangono cose: nude e crude, non risuonano; colori piatti che non si arricchiscono di sfumature; forme mute che non muovono né gioia né dolore.
Lo sguardo vaga su panorami quotidiani, normalmente fonti di bellezza e meraviglia o almeno di quieta gioia, e non trova nulla che lo rigeneri.
Sono i momenti, i giorni, in cui la vita sembra una corsa senza senso, corsa troppo veloce verso la fine.
Talvolta il weekend, tempo in cui la corsa potrebbe rallentare, amplifica invece quelle sensazioni. Tempo libero che subito si riempie, con tanti desiderata che rimangono in coda ad aspettare il weekend successivo. Nelle corse, la sensazione del tempo che fugge tra le mani; un attimo, ed è subito sera; un attimo, ed è subito la sera della vita.
Poi torna il lunedì e gli impegni lavorativi mettono argini e costringono a stare in ciò che c’è.
Lentamente, mi fermo. Fermo la corsa agitata e smaniosa e sto in ciò che devo fare.
Finché accade. Così, senza preavviso, torna il calore. Si scioglie il freddo del non senso, e qualcosa torna a fluire. Tornano le sfumature, e il cielo che al mattino si stagliava muto riprende a risuonare, vivo. Da lì, dal ritrovato calore, lo sguardo sul non senso si acquieta e lo accoglie con dolcezza. Rimane, ma ha perso la sua asprezza.
Mi troverai ancora, sguardo sul non senso. Mi sei compagno in questi anni di maturità che sentono cambiare il rapporto col tempo che passa e che rimane. Sei marea che arriva sulla riva, lasciando conchiglie al tuo passaggio.
Le raccolgo nella luce infuocata del tramonto.

Vite che non sbocciano

Lo sguardo è dolce, triste, alterna lampi di rabbia e di rassegnazione. Una vita difficile, psiche di donna ingabbiata in un corpo maschile, e varie altre difficoltà.
Non è la sua storia che voglio raccontare, ma le riflessioni che ha mosso, gli interrogativi che mi girano per la testa.
Il dolore di quell’uomo mi ha colpita. Ogni dolore che ascolto mi colpisce, e ognuno ha una sua risonanza in me. Quello ascoltato ieri suona note tragiche.
Penso a una vita che avrebbe voluto essere tutt’altro -e non solo nel genere- e non è stata.
Non voglio fare una classifica dei dolori, ovviamente; non è una questione di pesantezza dei diversi fardelli. E non è neanche il dolore dell’incompiutezza, che probabilmente riguarda più o meno tutte le nostre vite.
Non è solo la quantità di dolore, ma le note di cui è composto, la melodia che risuona, l’armonia che canta.
È l’essere dove non è il senso della tua vita, o il non riuscire a trovare senso dove sei: questo risuona in me come particolarmente doloroso.
L’argomento è complesso: a volte il vissuto di fallimento, di sconfitta, trova una sua pace, un senso che lo riscatta e lo quieta, consentendo di andare oltre. Altre volte segna e congela il futuro.
A volte si può trovare senso in una vita piena di sofferenza, o si può dare senso a posteriori a periodi che sembravano insensati mentre si stavano vivendo. Si può provare a dare senso anche a una vita che si ritiene sbagliata, che ha portato lontano dai propri talenti, dalle proprie risorse, da chi sentiamo di essere. A volte c’è tempo e c’è la possibilità di rimediare, altre volte no.
A volte il bocciolo non si apre, sfiorisce senza aver dato alla luce i suoi colori e le sue forme, e tra rassegnazione e rabbia nessun significato arriva a placare il dolore, la delusione.
Allora, lì, risuonano le note tragiche.
Le porto con me, testimonianza di vita.

Frutti di compleanno

Scrivo un po’ a scoppio ritardato: una settimana fa è stato il mio compleanno. Cinquantacinque è un buon numero… In questi giorni pensavo che il dono che ogni compleanno porta è proprio il tempo. Anche quest’anno mi ha donato tempo: per vivere, per fare qualcosa di sensato della mia vita, per non lasciare indietro azioni e parole.
In questi anni di vita ho avuto tempo di maturare, di far crescere parti diverse di me. L’albero ha ramificato molto e in più direzioni, si è fatto alto e ampio. Respira l’aria che arriva da più punti cardinali. Io ci ho messo del mio per questo, ma la vita mi ha donato il tempo per farlo, e non è un dono scontato, né dovuto. Ovviamente mi auguro che me ne dia ancora molto, di tempo buono, ma intanto anche quest’anno fin qui sono arrivata.

“Oh albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
(…)
… Noi, invece, indugiamo
ah, ci esaltiamo a fiorire, e nella sostanza tardiva
del nostro frutto finale, entriamo traditi.”
Rilke, Sesta Elegia duinese

Auguri perché il tempo ci aiuti a non entrare traditi nel nostro frutto finale.

Granelli di sabbia

I territori che attraverso sono case concrete e case dell’anima, luoghi interiori e stanze d’ospedale, corpi feriti e anime provate. Ne esco carica di pensieri, a volte appesantita, a volte alleggerita. Quasi sempre con un profondo senso di appartenenza alla vita, alla comunità degli esseri umani.
Le vite che incontro mi pongono interrogativi, e siccome tendo a ragionare più per sintesi che in modo analitico, sono più portata a trovare i fili che accomunano vite tanto diverse. Trovo somiglianze nelle differenze, intrecci che avvicinano esperienze lontane tra loro, condivisioni più che contrapposizioni.
Il dolore per una disabilità, l’angoscia per una malattia che avanza e non dà scampo, la depressione per una separazione o un lutto, la fatica di fare i conti con le proprie difficoltà psicologiche… Situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate da quegli sguardi gravi, carichi di domande, di sgomento, di paura di fronte a un percorso sconosciuto.
E pur nelle grandi differenze, in quegli sguardi io vedo l’umanità, l’essenza profonda dell’umanità, che chiede di essere riconosciuta e amata. E quando la vedi, non puoi non amarla.
Umanità nelle sue tante unicità.
“Aderire alla nostra esistenza, con tutti i suoi problemi, i suoi limiti, le sue peculiarità, è vitale (…) dovrebbe essere trasmesso di generazione in generazione insieme con le posate d’argento e i racconti popolari del tempo che fu.” Lo scrive Andrew Solomon, nel suo bellissimo libro “Lontani dall’albero”, storie di vite che hanno dovuto fare i conti con diversità importanti, a cavallo tra malattia e identità. Bambini sordi, nani, transgender, autistici e altri ancora. E le loro famiglie, catapultate in mondi sconosciuti.
“Rumi ha detto che la luce entra in noi dalla ferita. L’enigma di questo libro è che quasi tutte le famiglie di cui parla hanno finito per essere grate per esperienze che avrebbero fatto di tutto per evitare.”
E ancora: “Non è la sofferenza a essere preziosa, ma la perla che produciamo cercando di isolare il granello di sabbia che ci è entrato dentro. Della sabbia ruvida dell’angoscia non ci sarà mai scarsità.”
Ecco, questi sono i fili che si intrecciano e accomunano vite tanto diverse: i fili del dolore, del bisogno di trovare soluzioni, forze nuove, nuovi equilibri; il bisogno di sfangarla, di uscire dai tunnel, di dare senso; la necessità di cambiare quando non avresti nessuna intenzione di cambiare; il desiderio di essere almeno un po’ felici.
Pazienti malati di qualche malattia del corpo e dell’anima, individui con la loro storia unica: lavoriamo tutti per provare a trasformare in perle i granelli di sabbia che ci sono entrati dentro.