Archivio mensile:maggio 2015

Tempo

Seguire i pazienti nell’ambito delle cure palliative fa riflettere. Vedere da una volta all’altra il decadimento che avanza, fa riflettere. Così stamattina riflettevo sul tempo.
Troppo tempo, o troppo poco, ma poi c’è il tempo che c’è, e non siamo noi a deciderlo.
Ciò che però possiamo decidere è cosa fare del tempo che abbiamo: possiamo farlo scorrere via, disperso in attività senza senso o che fanno male al corpo o alla psiche, oppure possiamo viverlo con pienezza, a portare significato e benessere. E vale sia quando pensiamo di avere ancora molto tempo davanti a noi, sia quando la clessidra fa scorrere gli ultimi granelli di sabbia.
Tanto tempo, poco tempo… Finché c’è vita c’è tempo, c’è un tempo da vivere in qualche modo.
Guardo il lento decadere che a ogni visita avanza un passo in più. Qualcuno è felice che i passi siano lenti altri vorrebbero che finisse tutto in fretta.
Una donna quasi mia coetanea, una settimana fa mi diceva di godere ancora del cielo e degli alberi che vedeva dalla finestra, delle chiacchierate anche telefoniche con gli amici, della presenza dei familiari. Ieri mi diceva che stava arrivando il tempo del silenzio, e che aveva bisogno di restringere l’orizzonte del suo sguardo.
Tempo. Invito e monito a non sprecarlo, a viverlo seguendo l’andamento naturale del suo scorrere, senza accelerare, senza indulgere. Stare nel tempo che ci è dato, momento per momento, passo dopo passo.
E oggi c’è il sole, cammino nel cielo azzurro e terso, nell’aria fresca, e sono viva.

Frutti di compleanno

Scrivo un po’ a scoppio ritardato: una settimana fa è stato il mio compleanno. Cinquantacinque è un buon numero… In questi giorni pensavo che il dono che ogni compleanno porta è proprio il tempo. Anche quest’anno mi ha donato tempo: per vivere, per fare qualcosa di sensato della mia vita, per non lasciare indietro azioni e parole.
In questi anni di vita ho avuto tempo di maturare, di far crescere parti diverse di me. L’albero ha ramificato molto e in più direzioni, si è fatto alto e ampio. Respira l’aria che arriva da più punti cardinali. Io ci ho messo del mio per questo, ma la vita mi ha donato il tempo per farlo, e non è un dono scontato, né dovuto. Ovviamente mi auguro che me ne dia ancora molto, di tempo buono, ma intanto anche quest’anno fin qui sono arrivata.

“Oh albero di fico, da quanto tempo ormai per me ha significanza
il modo in cui tu salti quasi la fiorita
e nel frutto per tempo voluto, senza esaltarti,
spingi il tuo puro mistero.
(…)
… Noi, invece, indugiamo
ah, ci esaltiamo a fiorire, e nella sostanza tardiva
del nostro frutto finale, entriamo traditi.”
Rilke, Sesta Elegia duinese

Auguri perché il tempo ci aiuti a non entrare traditi nel nostro frutto finale.

Gesti

Ci sono gesti che raccontano una storia.
Una donna col turbante in testa a coprire gli esiti di una chemio, un’altra donna le cammina a fianco. Parlano, quest’ultima le mette un braccio sulla spalla, e continuano a camminare.
Una donna seduta sul letto, l’uomo le prende una mano e rimangono così, nell’intreccio di mani, ad ascoltare le parole del medico.
Un uomo cammina per il corridoio spingendo la piantana della flebo e si ferma a guardare fuori dalla finestra.
Un gruppo di ragazzi si stringe in abbracci fuori dalle porte della terapia intensiva.
La donna legge qualcosa sul cellulare e sorride.
L’uomo in vestaglia in piedi sulla porta della sua stanza osserva il via vai indaffarato e sorride a chi gli lancia un sorriso.
La donna con un ragazzino disabile in carrozzina guarda un bambino che sgambetta contento.
Gesti, sguardi. Frammenti di film senza sonoro, immagini che raccontano storie.
Mi colpisce sempre la potenza dei gesti. Quando ti fermi a guardare, li incontri. Lingua universale, che non ha bisogno di traduzioni.
Così, camminando per un corridoio di ospedale o per strada, al di là del rumore del traffico o del vociare delle persone, altre voci silenziose parlano a chi le vuole sentire.
Raccolgo gesti come se fossero fiori. Non è necessario un vaso di cristallo per contenerli. Si accomodano nella mia memoria, quieti. Son nutrimento, e grazia.

Biologia dell’anima

Ho letto con interesse e piacere il libro di Maurilio Orbecchi “Biologia dell’anima”, Bollati Boringhieri http://www.ibs.it/code/9788833926483/orbecchi-maurilio/biologia-dell-anima.html.
Conosco l’autore, ne avevo già parlato in questo post http://wp.me/s2K0NN-janet, in occasione dell’uscita del libro di Janet di cui aveva scritto la prefazione.
Quello che ho provato leggendo il suo libro ora è stato un grande senso di libertà.
Maurilio Orbecchi rivede i grandi “dogmi” della psicoanalisi alla luce delle neuroscienze: porta un pensiero scientifico laddove per così tanti anni è fiorito un pensiero ideologico, un’adesione poco critica a un sapere di scuola.
Non parlerò dei contenuti: per quelli vi invito a leggere il libro, scritto bene e accessibile anche ai non strettamente addetti ai lavori.
Quello che voglio condividere è la sensazione liberatoria che mi ha trasmesso. Vengo da una formazione analitica psicodinamica junghiana, ma anche quella freudiana è stata per me oggetto di studio. Per anni abbiamo parlato di transfert, complesso di Edipo, archetipi… E che questi (ed altri) concetti fossero così chiari per me, non direi. Ma ci consideravamo umanisti, mica scienziati. Il potere evocativo delle metafore, anche se talvolta un po’ fumose, era orgogliosamente più ricco e complesso di una qualunque dimostrazione scientifica.
Poi negli anni, altri studi, altre letture hanno iniziato a fare presa nella mia formazione. I vecchi concetti sono rimasti in sottofondo, e altri hanno cominciato a farsi pratica. Il bello del libro di Maurilio Orbecchi è che in modo sistematico riprende i concetti fondanti della psicoanalisi e li rivede alla luce delle scoperte delle neuroscienze.
Ecco, leggendo spesso ho pensato a quanti concetti noi psicologi abbiamo dato per veri, senza che lo fossero, a quanta forza ha il pensiero che si nutre di emozioni, quanto lo spirito del tempo in cui siamo immersi condiziona non solo la nostra visione del mondo ma il nostro stesso pensiero.
“Laicità non significa solo chiusura agli elementi religiosi e irrazionali nel setting; significa anche non sostituire la religione tradizionale con le credenze del modello metafisico-psicologico di riferimento della propria scuola. Questo significa saper riconoscere le debolezze del proprio quadro teorico: non c’è laicità quando si rimane attaccati a ipotesi non confermate e non è scientifico evitare il confronto con tutte le discipline scientifiche che hanno a che fare con il comportamento e il sistema mente/cervello. La laicità scientifica presuppone la disponibilità al sacrificio delle parti superate del proprio modello interpretativo.” (pag.160)
Questo trovo meraviglioso del mondo laico: la libertà. Libertà di pensare, dialogare, mettere in discussione. Libertà di confrontarsi e impegno morale per mantenere una mente aperta e critica.
“Cambiare è difficile. È doloroso abbandonare schemi e riferimenti sostenuti per decenni. Si tratta di modi di pensare che sono diventati compagni di strada che ci hanno orientato per tanto tempo. Eppure, occorre essere disposti a una trattativa continua con il vecchio modo di pensare.” (pag.161).
Mi piace molto questa riflessione: l’ho sperimentata nella mia vita e nel lavoro. E ringrazio Maurilio Orbecchi per aver sempre testimoniato nella sua vita e nel lavoro la necessità di trattare continuamente col proprio modo di pensare.
Buona lettura!