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Del buttar via cose…

C’è un’attività che ogni tanto ho bisogno di praticare: buttare via cose vecchie; fare spazio in cassetti, armadi e librerie; fare ordine, liberarmi di carte, di oggetti inutilizzati e accumulati nel tempo, cacciati in una dimora temporanea poi rimasta definitiva per inerzia, stanchezza, altro da fare; liberarmi di borse, scarpe, vestiti amati che non porto più ma che per un po’ rimangono ad occupare spazio perché non si sa mai.
In queste vacanze, avendo tempo, mi sono dedicata con particolare attenzione alle librerie e a un armadio.
Buttare via (con regolare raccolta differenziata) ha un effetto catartico e mi fa stare bene.
Oltre al piacere di vedere le cose più in ordine, c’è un senso di libertà: via i pesi che gravano inutilmente. E di altri che rimangono, so che finché c’è spazio, possono rimanere, altrimenti, andranno pure loro…
Non è solo una questione concreta, fa bene all’anima. Io metto radici, amo le cose che rappresentano il mio mondo: libri, cd, la mia Kitchen Aid, ma anche le penne sul tavolo, le foto che faccio che quasi ricoprono le ante del frigorifero, la tazza mug che funge da portamatite… Quando sono a casa me le sento intorno e mi fanno cuccia, luogo che mi accoglie e mi scalda. Però nel far cuccia le cose diventano nel tempo troppo pesanti, soffocanti. Non per la quantità (non ho una casa così piena!!), ma per il loro essere non più significative per me. E allora ho bisogno di staccarmi da qualche radice che non raccoglie più nutrimento, ho bisogno di tagliare rami senza più linfa, scrollarmi di dosso le foglie secche.
Mi prende la furia ordinatrice e butto, poto, taglio. E torno a respirare a pieni polmoni, alleggerita, sfoltita. Consapevole dell’inessenziale che ancora mi circonda ma che va bene, e che mi dà piacere. Consapevole dell’essenziale di cui ho realmente bisogno.

Il muro

Torno a casa e ho in mente un racconto di Solzenicyn che ho molto amato: “Una giornata di Ivan Denisovic”. Vita in un campo di lavoro in Siberia.
Quel racconto mi è caro per un episodio che viene raccontato. Vado a memoria, perché non ritrovo più il libro, e sono passati molti anni da quando l’ho letto…

I prigionieri devono costruire un muro che non serve a nulla, e che è già stato iniziato da qualcuno, in malo modo. Si mettono a tirarlo su bene, e alla fine della giornata, quando è ora di far ritorno al campo, è rimasta ancora molta calcina, che il protagonista non vuole sciupare. Così si dà da fare per finire la calcina e portare avanti il muro nel modo migliore possibile. E alla fine è soddisfatto della sua giornata, che è passata velocemente, quasi troppo in fretta perché a quel lavoro ci aveva preso gusto.

Ecco, quel muro inutile tirato su alla perfezione è un’immagine bellissima e commovente.
Mi ha sempre parlato del fare al meglio ciò che possiamo e dobbiamo fare. Mettendoci del nostro. Questo spazio di assunzione di responsabilità individuale è uno spazio di libertà.

La vita ci mette in tante situazioni in cui non vorremmo mai ritrovarci; ci costringe in confini e limiti che ci fanno soffrire. Però, lì, in quegli spazi che sembra non ci appartengano, possiamo provare a mettere qualcosa di nostro, qualcosa che sia il nostro impegno possibile, ciò che riusciamo davvero a fare.

Perché la differenza tra sentirsi vittime e sentirsi individui liberi sta proprio lì, in quello spazio di assunzione di responsabilità, dove ciascuno sceglie di dire di sì alla vita. Come può, con quel che ha, con quel che c’è.

Ora sono qui a scrivere e penso al pezzetto di muro tirato su oggi.

Penso alla signora che si è sempre mostrata forte e che in lacrime mi dice che è proprio stanca, che non ce la fa più; penso all’uomo sdraiato supino in un letto, ancora inconsapevole che dal collo in giù ciò che non muove non si muoverà più, che mi parla della musica che ama, e che per passare il tempo segue spartiti sul soffitto, e lì compone musiche che un giorno -crede-tornerà a suonare.

Il mio muro è fatto di parole, ascoltate e dette. Non è sempre dritto come dovrebbe, o come potrebbe essere. Ci sono giorni in cui è più difficile essere “centrata”, giorni in cui la mente e il cuore sono un po’ altrove, e faticano a rientrare lì. Anche questo è muro.

E domani, sarà un altro giorno, altri mattoni, altra calcina a tenerli su.

Ridimensionamento

Ridimensionamento. Oggi ho in testa questo tema.

Stamattina parlavo con una paziente: mi diceva che stava lavorando molto in palestra perché doveva tornare a camminare un po’, anche solo qualche passettino col deambulatore. Perché no, la carrozzina proprio no, che vita sarebbe? Però, anche solo pochi anni fa, avrebbe trovato insostenibile la condizione in cui vive ora, e che ora  è invece sostenibile, anche con un buon livello di soddisfazione.

Questa è la vita. Sopravviviamo se siamo in grado di adattarci ai cambiamenti e di trovare equilibri nuovi nelle nuove circostanze.

Vale per ogni aspetto della vita. Si abbassa il tenore di vita, non si possono più fare cose che un tempo si facevano; passano gli anni e si impara a convivere con qualche acciacco, con qualche limite; ciò che un tempo era fonte di frustrazione ora non causa nessun dolore.

Scendiamo gradini, ma nel gradino in cui ci ritroviamo facciamo casa, cerchiamo di arredarlo nel migliore dei modi, di renderlo il più confortevole possibile. Ci adattiamo.

A volte è solo sopravvivenza, altre volte nel ridimensionamento si scoprono nuove libertà, e si viaggia più leggeri nella vita. Se hai molto da perdere, hai più paura. Se cadi dall’alto, ti fai più male. Se nel viaggio ti porti dietro uno zaino troppo pieno e pesante, fai fatica, arranchi, non vai lontano. Va bene anche quello, ma quando la vita ti alleggerisce lo zaino, scopri che hai meno paura di perdere, che puoi camminare e guardarti intorno con maggior agio.

Ovviamente non è sempre così. Succede quando ciò che perdi non è essenziale. E nello scendere qualche gradino, ti accorgi che molto di ciò che avevi intorno non era così essenziale. Ti sembrava importante, ti sembrava che da lì venissero benessere e felicità. Scopri che non era così vero. Che se ne può fare a meno senza dolore.  E riprendi a viaggiare un po’ più saggio, un po’ più leggero. Con la felicità e il dolore che stanno nella vita, e non nei gradini che hai dovuto abbandonare.

Ci sono ridimensionamenti dolorosi che richiedono grande coraggio e forza spirituale per essere accettati ed elaborati. Gradini che sei obbligato a scendere uno via l’altro.

Ma ci sono ridimensionamenti che portano salute psicologica, libertà, serenità. Che scavando verso l’essenza liberano da molte paure e ridanno fiducia e speranza. Che aprono a tutte le piccole e grandi meraviglie che hai intorno. Che fanno scoprire nuove possibilità, nuovi sguardi.

Come dice un vecchio detto, ciò che il bruco chiama la fine del mondo, il saggio la chiama farfalla. Certo per il bruco è la fine del suo mondo. E quel passaggio è doloroso. Ma è un passaggio. Passa. E si fa farfalla. Farfalla essenziale.

L’essenza mi àncora alla vita.

 

Le nostre vite incompiute

Prigione che si risveglia

Oggi ripensavo a questa statua di Michelangelo. Ne avevo già scritto in una pagina (Perché scrivere 2), ma ci torno perché è un’immagine a cui penso spesso. Mi commuove, come le vite di noi esseri umani. Fatiche, sofferenze, gioie, sbozzano la nostra pietra. Quanto lavoro per trovare noi stessi, per dar senso alla nostra vita!

Come il torchio di cui parla sant’Agostino, la vita ci spreme e tira fuori olio e morchia. Senza la pressione della vita non tireremmo fuori i nostri talenti, e neanche la nostra morchia.

Mi commuove quella fatica. Guardo le nostre vite, ciò che riusciamo a far emergere dalla pietra che le tiene prigioniere, e penso che siano fiori che sbocciano, formiche che trasportano il cibo conquistato e che pesa molto più di loro, albe che emergono dalla notte, tramonti che -esausti- si rituffano nel buio.

Noi siamo ancora qualcosa di diverso, e possiamo influire sul nostro destino, abbiamo voce in capitolo sulle nostre storie. Non siamo così liberi come ci piace credere. La nostra storia, i nostri imprinting emotivi, le nostre esperienze precoci condizionano pesantemente i nostri passi nel mondo. Ripercorriamo strade usurate, ripetiamo il passato nel presente.

Siamo lì, dentro la pietra che blocca il nostro divenire. Siamo forme potenziali, che lottano per uscire, per dispiegarsi. Il levare è doloroso, ma dà forma, e noi siamo lì, a faticare per esprimere e liberare ciò che siamo. Per scoprirlo, perché finché siamo dentro non sappiamo bene chi siamo, non conosciamo i nostri confini. Possiamo illuderci di averli più grandi, temiamo che siano più piccoli, oscilliamo tra sopra e sottovalutazione. Finché il levare dello scalpello tira fuori forme più definite, e che per tutta la durata della vita potranno ancora essere levigate, sempre di più, modificate, distrutte.

Ci dobbiamo prendere cura dell’opera che è la nostra vita. Ce ne prendiamo cura come possiamo, e anche questo è commovente.

Guardo le vite intorno a me e vedo tanti individui che cercano di uscire dalle loro pietre: chi lotta, chi sta fermo, chi distrugge… Ma ogni spazio di libertà conquistata, è vita coraggiosa che cresce, che trova se stessa, che dà testimonianza di sé e, così facendo, aiuta altre vite a trovarsi, a provarci.

Con amore, sosteniamo le nostre e le altrui battaglie. Con profondo rispetto, accolgo in me le opere incompiute che siamo.

Farcela da soli

Una frase che spesso mi sento dire è: “ma io ce la devo fare da solo/a”. Quando chiedo: “perché?”, le persone rispondono in modo vago: “è giusto così”, “non si può dipendere dagli altri”, “siamo noi che dobbiamo risolvere i nostri problemi”.

Curiose affermazioni. Il punto è che troppo spesso i nostri pensieri non sono frutto di riflessione ma poggiano su pregiudizi ed emozioni. Crediamo di essere razionali, invece siamo immersi nelle emozioni senza esserne molto consapevoli.

Perché dovremmo farcela da soli? Perché è un disonore non riuscirci? Perché chiedere aiuto è vissuto spesso come un segnale di debolezza?

Io credo che invece sia un segno di umiltà e di libertà interiore. Nessuno di noi può farcela da solo: abbiamo bisogno di dialogo, di confronto, di sguardi diversi dai nostri che mettano in crisi i nostri orizzonti, i nostri sguardi, e che da quella crisi facciano nascere sguardi nuovi e più ampi.

Abbiamo paura della dipendenza quando, in realtà, siamo dipendenti. 

“Voglio sentirmi libero/a!” Ma di che libertà parlo se poi sono prigioniero dei miei problemi, dei miei complessi? Per me la libertà è un percorso: non nasciamo liberi, né lo siamo per natura. Siamo guidati dagli istinti, dalle emozioni, dai complessi. Recuperiamo spazi di libertà via via che diventiamo più consapevoli di noi e di ciò che ci agisce. Se sono consapevole posso cercare di scegliere, di decidere cosa fare; nell’inconsapevolezza sono agito da istinti ed emozioni, e non sono libero.

Io non ce la faccio da sola: ho bisogno delle persone che amo, degli amici, di chi mi sta vicino. Chiedo aiuto quando ne ho necessità. Mi sento libera.

Libertà

“Perché non si potrebbe provare un grande e tenero trasporto amoroso per una primavera, per tutti gli uomini? E si può anche fare amicizia con un inverno, con una città o con una campagna.”

Mi piace questo sentire di Etty Hillesum, e lo condivido.

Tempo fa ho riletto cose scritte in passato. Ritornare a quei tempi mi ha fatto vedere il percorso, mi ha dato il filo di collegamento all’oggi. Mentre  leggevo ritornavano a galla ricordi, stati d’animo che quasi non ricordavo più di aver vissuto. Così lontani, ma con un’ intensità che mi ha fatto riflettere. Perché quell’intensità è ancora in me, ma si è incanalata nel quotidiano. Non ha più picchi così alti e bassi, è più equilibrata, si espande in orizzontale nelle giornate.

L’intensità che prima era tutta in un innamoramento, in una passione, ora va davvero verso la vita e le sue manifestazioni: persone, natura, luoghi… amo il mio lavoro, i miei amici, non solo mio marito. In questo sentire sta il senso della mia vita, ciò che mi dà gioia e mi sostiene nei momenti difficili.

Qui sono libera.

 

Sfumature di bellezza

Oggi camminavo per strada guardando le persone e, in particolare, la loro bellezza: non tanto quella evidente degli anni giovanili, ma quella profonda e unica raccontata dai segni del tempo.

Come diceva Anna Magnani al suo truccatore: “non togliermi le rughe, ci ho messo una vita a farle”. Ecco, quella bellezza lì mi piace. Fatta di imperfezioni, di vita sedimentata nelle pieghe dell’anima e del corpo. Bellezza che racconta la sua storia, di come è arrivata fin lì.

Ci sono bellezze che sanno di accettazione, di pacificazione con se stessi e con la vita; ci sono bellezze che sanno di lotta, di fatica; bellezze stanche; bellezze arrabbiate. Ci sono bellezze rassegnate che mettono un po’ di tristezza, bellezze sperdute…

Sono affascinata dai volti e da come le persone si muovono, come camminano: esprimono un po’ della loro vita, accennano a chi sono.

Incrocio  una giovane donna elegante, perfettamente truccata e senza un capello fuori posto. La vedo avanzare alla ricerca di un difficile equilibrio sui tacchi alti. Cammina rigida, tutta d’un pezzo; si tocca più volte i capelli per accertarsi che stiano al loro posto, è concentrata sull’apparire al meglio, anche se l’effetto che ne deriva è un po’ disarmonico.

Mi fa tenerezza, mi richiama altre fasi della vita. Io cammino veloce, ben salda sul mio tacco tre, e mi sento libera.

Libera nei miei 52 anni, libera di portare in giro le mie imperfezioni, quelle del corpo e quelle dell’anima. Libera di prendermene cura con l’amorevolezza e l’impegno di cui sono capace.

Non sempre mi sento così… ma oggi vado nel mondo con leggerezza e gravità, e sono quasi felice in mezzo a così tante sfumature di bellezza.

“Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi: / che i venti dell’alba, mentre lievi / spirano intorno al tuo capo sognante, / mostrino un giorno di accoglienza tale / che occhio e cuore pulsante ne gioiscano, / paghi di un mondo, il nostro, che è mortale; / meriggi di arsura ti ritrovino / nutrito dei poteri involontari, / notti di oltraggio ti lascino andare / sorvegliato da ogni umano amore.” (W.H. Auden, Ninnananna).