Archivio mensile:febbraio 2013

dai Diari di Kafka

«Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te».

Franz Kafka, “Diari”

Fermarsi

Dopo quindici giorni no stop, finalmente mi fermo. Mica così facile come sembra: per fermarsi non basta fermarsi. Ci vuole tempo, e andar per gradi.
Ho diversi libri sul tavolo che ho voglia di leggere e studiare, amici che ho voglia di vedere, cose da fare, e in mezzo lavatrici, spesa, cose così. E già non son più ferma, la mente saltella qua e là, e non sta qui e ora.
Dunque, respiro, e ci riprovo. Mi allungo sul divano, trovo la posizione, mi rilasso. Ma è un attimo. Un pensiero attraversa il cervello, è un’altra cosa da fare e da non dimenticare, perciò meglio scriverla sul cellulare. E intanto, di già che ci sono, do un’occhiata alla posta e aggiorno le applicazioni che me lo chiedono. Dunque, dicevamo: fermarsi. Altro respiro, occhi chiusi… Altre distrazioni: un sms in arrivo, altri pensieri, il sonno che si fa sentire ma mica posso andare a dormire a quest’ora che non sono nemmeno le dieci, magari mi faccio una tisana, torno a un libro…
Altro che qui e ora, qui è tutto un saltellare altrove. Molto poco mindful.
Non è facile fermarsi e stare in ascolto.
Allora scrivo. Funziona meglio. Così butto fuori i pensieri invadenti e gli elenchi delle cose da fare come si butta fuori il fiatone dopo una corsa. E come dopo lo sforzo, lentamente, il respiro torna regolare e quieto, così anche la mente si quieta e smette di correre.
Benarrivato weekend! Respiro, sto… Piano piano…

E andando nel sole che abbaglia…

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Amo questi versi e spesso si affacciano alla memoria, traghettati da stati d’animo che con loro risuonano. Mi colpisce, però, che gli stati d’animo che richiamano quei versi possano essere anche piuttosto diversi.
A volte risuonano con la stanchezza, la fatica, il confrontarsi con i soliti problemi; a volte sanno più di tristezza, di umore nero, di malinconica consapevolezza… Altre ancora di quieta consapevolezza, di compassione per tutti gli esseri umani che si danno da fare per vivere, che si arrabattano con gli strumenti che hanno e che cercano.
Siamo nati per vivere, e non necessariamente per essere felici. Spesso la ricerca della felicità rende infelici e frustrati, mentre il dir di sì alla vita dona vita. Ricca, complessa, piena di sfumature.
Quello che mi piace di questi versi è che se da una parte ci trovo il dolore, quel sentimento del mondo un po’ leopardiano -“… Ancor che triste, e che l’affanno duri.”- dall’altra mi arriva anche una dolcezza che quieta, un’accettazione saggia e amorevole della vita.
La muraglia non finisce, né finiscono i cocci aguzzi, ma c’è un cielo al di sopra, c’è un sole che fa il suo corso, ci sono la contemplazione e il raccoglimento che danno senso e accolgono le pene.
È un bel sentimento dello stare al mondo.

Rami spogli

L’inverno mette a nudo le forme e l’essenza. Forme crude, nette, dolenti, tese verso il futuro, inconsapevoli delle foglie che verranno.

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In inverno gli alberi mostrano una bellezza non immediata, all’apparenza respingente. Gettata lì sotto gli occhi di tutti eppur nascosta. Più che gettata, quasi ostentata, incurante del giudizio altrui. Mi ricordano quelle persone anziane, fiere, che mostrano i loro volti rugosi come sfide: rughe che si presentano senza mediazioni, biglietto da visita di una vita vissuta, e che fin lì è arrivata.

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Dunque rami fieri. Contorti dalla ricerca di luce e di spazio per espandersi. Rami solidi, rami incerti, rami esili… Tutti rivolti verso la vita: verso il cielo, verso la terra.

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Mi sento in sintonia con questi rami. Negli anni sono diventata anch’io più essenziale. Amo la sostanza, spiccia, diretta… Apprezzo le fronde, il fogliame lussureggiante che rende sopportabile il sole, dona frescura, gioia, sa di vita nel suo splendore. Ma è facile amare la bellezza così dispiegata. Più difficile amare le rughe, trovare la bellezza nei volti segnati delle persone normali. Gli alberi in inverno mi parlano di questo, mi invitano a guardare con attenzione, a non correr via con sguardo frettoloso, che rimbalza via, respinto dalla durezza.

Oltre la durezza si apre un mondo, che mi incanta. Appoggio la schiena ai tronchi e guardo in su, e trovo quei grovigli bellissimi.

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