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Cielo e stati d’animo

La bellezza del cielo è un luogo sempre a portata di sguardo.
Accoglie tutti gli stati d’animo, tutto ciò che attraversa la mia vita. E risponde, a suo modo. Lo so, non è lui che risponde, ma diventa comunque parte del dialogo con me stessa.
Mi piace guardare il cielo. E non per questioni metafisiche, proprio per la sua concreta e costante presenza. Ovunque io sia, lui c’è. Qualunque stato d’animo viva, lui lo rinforza, lo contrasta o lo quieta.
Anche in giornate come questa, in cui si presenta grigio e piovoso, è comunque un compagno fidato. E anche in giornate come questa, ha una sua variabilità.
Penso ai miei stati d’animo come al mio cielo interiore. Mi colpisce sempre come nell’arco di una giornata l’umore cambi e si colori di sfumature diverse. Magari anche solo di qualche tono, di piccole variazioni o accostamenti inaspettati, ma dall’alba alla notte, il paesaggio interiore è sempre in movimento. Guardo fuori e ascolto il dentro, e tutto si mescola in un sentire che mi fa compagnia e a cui mi affido. Finora, mi ha sempre sostenuta, e su quel sentire confido.
Ho casa in me. E guardando il cielo, mi sento a casa nella vita.

Guardare ed ascoltare

Sfuma il turchino in un azzurro tutto
stelle. lo siedo alla finestra e guardo.
Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
la mia forza: guardare ed ascoltare.
Umberto Saba, Meditazione, dal Canzoniere

E’ così anche per me: guardare ed ascoltare sono la mia forza.

Io guardo, in continuazione: sono in auto la mattina per andare al lavoro e i miei occhi osservano lo stesso percorso, ma ogni giorno diverso; ogni giorno qualcosa di nuovo attira la loro attenzione. Conosco l’avanzare delle foglie sugli arbusti al lato della strada: le guardo mentre son ferma al semaforo; ci sono molti semafori per andare al lavoro, e ad ogni rosso, guardo; mi incantano i riflessi sui vetri e sui cofani concavi delle auto in movimento: vedo sfilare lì il paesaggio che sta ai lati; e vedo ricrescere dall’asfalto erbe indomite, rispuntare foglie su rami tranciati.

Guardo volti per molte ore della mia giornata; guardo stati d’animo che trasudano dai corpi in movimento per i corridoi dell’ospedale; incrocio sguardi e gesti che mi parlano di ansie, timori, dolori, tensioni, rabbie.

E mentre attraverso i giardini per andare da un edificio all’altro dell’ospedale, guardo il cielo, le piante, le panchine, i fiori. Per poi tornare nuovamente ai corpi e ai volti umani.

Poi ascolto: è in assoluto la cosa che più amo fare. Ascolto persino le conversazioni che mi arrivano sui mezzi pubblici, ascolto frammenti di discorsi per strada. E ovviamente ascolto le storie che le persone mi raccontano, ascolto le vite che incontro. Ascolto e provo a rispondere, e poi torno ad ascoltare ancora. Fiumi in piena, fiumi in secca. (Ne avevo già parlato in questo post: L’ascolto)

Citando don Juan, lo stregone raccontato da Castaneda (letture di trent’anni fa!!!!): “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.”

Così io guardo, guardo e ascolto. Senza fiato. Con stupore, meraviglia. Con fatica e pesantezza. Risuonando con gli stati d’animo che incontro, esprimendo gli stati d’animo che vivo.

Guardo e ascolto: questo è il mio viaggio quotidiano nel mondo.

Venerdì sera

Cammino nella luce della sera, quella luce che si tuffa lentamente nella notte, che sparge i suoi residui luminosi tra le molecole del buio.
L’aria non è troppo fredda, e camminare è piacevole.
La settimana è passata in una normalità senza picchi né burroni, fatta di giornate piene dalla mattina alla sera, di quelle che non lasciano troppo spazio né energie all’ascolto un po’ più profondo, quell’ascolto che lievita e fermenta portando riflessioni e consapevolezze, o anche solo parole per dirsi.
Torno a casa e mi godo questo tempo di weekend ancora da vivere, l’aspettativa del sabato del villaggio, di quel tempo che non ha fretta perché è tutto da venire.
Il mio qui e ora è fatto di nervi che si rilassano, di tempo che si concede il lusso di rallentare.
Respiro l’aria fresca e ad ogni respiro la settimana passata se ne va ed entra lo spirito del venerdì sera. Riprendo contatto con la voglia di fermarmi, di scrivere, di riaprire la porta della stanza tutta per me. Stanza in cui ciò che ascolto e vivo può essere trasformato in parole scritte, può prendersi il tempo per fermarsi e mostrarsi meglio.
Ora son qui, sulla soglia. Da lì mi arrivano onde di emozioni, di sentimenti diversi: sono quelli che ho attraversato nella settimana, appartengono ai volti che ho incontrato, e che ho portato con me. Sono lì, e ritrovarli dà un senso di leggero struggimento.
Amici, pazienti, colleghi, volti sconosciuti che avete incrociato la mia strada: vi ritrovo tutti con lo stato d’animo che mi avete lasciato addosso. Siete ora nelle vostre vite, ma qualcosa di voi è qui in questa stanza dell’anima stasera un po’ affollata.
Vi lascio lì, accomodatevi e trovate il vostro spazio. Per oggi basta. Socchiudo la porta e torno in superficie.

Luoghi

“Non tornare nei luoghi in cui sei stato felice. La felicità appartiene al tempo, non al luogo”. Credo sia una frase di Proust, molto vera. Vale però anche per tutti gli altri stati d’animo.

I luoghi sono intrisi di ricordi, impregnati delle nostre emozioni.

Ci pensavo stamane, mentre tornavo da una visita domiciliare. Guidavo per strade in cui passo solo per lavoro. E le strade note erano ricordi di persone, volti, espressioni, storie, emozioni, testimonianze di vita.

In quel palazzo, su per quelle scale, da quella finestra… da quei luoghi si affacciano volti che non ci sono più, e quando passo penso ai familiari rimasti, a come sarà la loro vita ora.

Guidavo in un cielo grigio e piovoso ma ero serena.

I luoghi sono impregnati di vita, risuonano emozioni. I luoghi sono vivi e continuano a raccogliere storie. C’è una gran ricchezza, nei luoghi. Non mi fanno mai sentire sola.

 

Sguardi

Ieri mattina stavo andando al lavoro: le nuvole facevano filtrare raggi di sole che davano una luce particolare, ascoltavo musiche barocche per tromba, mi sentivo felice. Nulla di straordinario, normale quotidiano. Ma bello. Mi rendo conto che quando sono aperta alla vita il quotidiano riverbera di luci e sfumature; il normale fluire diventa ricco e significativo, acquista valore, senso.

L’umore cambia lo sguardo: quando sono serena quasi tutto ciò che vedo acquista una sua bellezza, anche le cose non belle. Quando sono triste, lo sguardo coglie il risvolto cupo, come nei versi di Montale:

“Spesso il male di vivere ho incontrato:/ era il rivo strozzato che gorgoglia,/ era l’incartocciarsi della foglia/ riarsa, era il cavallo stramazzato.”

A volte, però, lo sguardo riesce a cambiare lo stato d’animo.

Quando sono triste mi piace camminare per strada e guardare la gente che passa.  Osservo i loro sguardi, le loro espressioni: come in un film muto, scorrono immagini e arrivano impressioni, frammenti di stati d’animo che traspaiono dai volti. Ne sono affascinata.

Gli sguardi su un volto sono come le nuvole nel cielo: danno il carattere del momento. Non mi stanco mai di guardarli, mi fanno simpatia nell’espressione della loro umanità, in cui mi riconosco. Li guardo ed esco un po’ da me e dalle mie paturnie; scorro con loro.

Gli sguardi sono finestre che si aprono sul mondo, e più siamo in grado di tenere aperte quelle finestre, più la vita dischiude i suoi doni. Anche nella sofferenza.

“Magica spinta all’infinito aprirsi/ del fiore, per accogliere più luce,/ ed esser così colmo di abbondanza, (…)/ Ma dove e quando,/ in qual mai vita, impareremo il gesto,/ che ci spalanchi a contenere il mondo?” Rilke, Esemplarità del fiore, da I sonetti a Orfeo