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Amo la vita

Un’ora libera, in attesa, seduta al parco. A guardar rami spogli e piccole gemme. Col ritmo della città che fuori dalla recinzione corre, ma qui rallenta, quieto.
Oggi sono contenta. Senza un motivo particolare. Semplicemente contenta di essere nella mia vita, con le relazioni umane che qui abitano o transitano per un po’. Amo queste persone, compagni di viaggio. Li amo in modi diversi e con differenti gradi di intensità. Osservo le loro bellezze: sguardi, gesti, sorrisi… Quell’essere nella vita senza mettersi in posa. O quel che traspare dietro la posa. Li guardo e mi sento vicina alle loro vite, solidale con i loro percorsi.
Arranchiamo tutti sotto lo stesso cielo, ma nello stare accanto il passo si fa più lieve e la forza si condivide.
Ovviamente non vedo solo bellezza intorno a me. E poi non sono cieca e le notizie dal mondo mi arrivano. Le lascio sullo sfondo, non posso fare un granché in quegli ambiti. Torno al mio raggio di possibilità, là dove ha senso ciò che sono e faccio.
Amo la vita, con leggerezza e profondità.

Qui, in compagnia dei miei libri…

Qui, in compagnia dei miei libri e di questo Ipad mi sento in viaggio. Letture, testimonianze di persone, Ted talks: sono compagni che incontro mentre cammino. Ascolto ciò che raccontano del loro viaggio, confronto riflessioni, tesori preziosi che portano con sé e scambiano, condividendoli.
Sono in compagnia, e non sono sola. Sento tutti questi viaggiatori con me, e mi danno energia, coraggio, mi trasmettono la loro forza, e quella forza muove la mia. E insieme andiamo.
L’avventura di questo viaggio sulla Terra è meravigliosa. Sì, certo, a volte terribile. Ma ora vivo l’intensità del sentirmi nel flusso. Intorno a me libri che raccolgono il distillato di studi, sforzi, riflessioni, intuizioni di chi li ha scritti; lì, in quelle pagine, ci sono le loro storie. Non scaffali inerti ma vite pulsanti, cristallizzate in parole scritte che si distaccano e vanno nel mondo, a raggiungere altre vite. Lì, sui ripiani, stanno individui che raccontano… E quando siedo qui sul divano e guardo le librerie di fronte a me, i libri sul tavolino, ecco… non sono sola. Mi sento sostenuta dalle loro testimonianze.
E mentre il pane lievita e la lavatrice lava io sto qui tra tanti compagni di viaggio, immersa nel quotidiano della mia vita e nel flusso della vita che tutti include e accompagna. Profumo di lievito sulle mani, rumore di lavatrice, silenzio interiore, sorriso dell’anima, slancio dello spirito: domenica mattina.

Inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo

“Uno si sente stanco, e scoraggiato, e capisce che sta per crollare. E inaspettatamente il suo sguardo si incrocia con un altro sguardo umano ed è come se avesse fatto la comunione. E si sente rinfrancato, come se gli avessero tolto un peso di dosso.”
Andreij Rublev, Tarkovskij

L’altra sera, riguardando il film, mi ha colpita questa frase.
Importanza vitale degli sguardi, della condivisione che non ci fa sentire soli.

“e udì estranea un estraneo che diceva:
Iosonoaccantoate.”
Rilke, Il rapimento, in Nuove poesie

Mi colpisce sempre la forza di uno sguardo di umana comprensione. È capace di dare speranza, di penetrare nell’animo e di riaccendere la fiammella vitale in esaurimento.
Semplice calore umano che aiuta a tirarti su, a riprendere il cammino con nuova energia.
L’ho sperimentato tante volte. Al di là delle parole, lo sguardo che ti dice “io sono accanto a te”. E questo è sufficiente. Non elimina il dolore né la fatica, non sposta di una virgola i problemi che devi affrontare, ma cambia lo stato d’animo con cui guardi tutto ciò. C’è una bella parola, ricca di sfumature, che lo esprime: rianimare.
Incrociare un altro sguardo umano rianima.
A volte, anche se non è proprio lo stesso, anche uno sguardo virtuale -dialoghi tra blogger- può produrre un effetto simile.
Io sono accanto a te significa due cose: non sono solo, e tu accogli la mia storia, ascoltandomi. Condivisione è comunione.
Credo però che ci sia una condizione affinché questo avvenga. La disponibilità a far entrare quello sguardo, lo spazio interiore che lo possa accogliere. Se si è troppo chiusi, troppo ripiegati su di sé, troppo feriti, può essere difficile.
Ognuno cura le sue ferite come può, con i rimedi che trova efficaci per sé.
Ognuno ha il suo percorso.
Il mio è fatto di sguardi.

La cognizione del dolore

Prendo in prestito da Gadda questo bel titolo, tuttavia non è di quel libro che voglio parlare, ma della mia esperienza di cognizione del dolore.
Ascolto storie e le accolgo come doni preziosi. In questo periodo sono molto concentrata, e aperta alla vita che -sento- mi attraversa.
Il filo rosso che mi accompagna è proprio il rapporto col dolore. Rifletto sul mio lavoro, e sull’impatto emotivo che ha su di me.
Lo posso solo ringraziare, e non solo perché c’è e mi consente di vivere, ma perché mi dà l’occasione di stare in relazioni profonde con le persone, di condividere con loro alcuni momenti, scambio di doni tra pellegrini.
Per il tratto di strada in cui i nostri percorsi si incrociano, ci scambiamo esperienze, racconti, possibilità.
Io ricevo moltissimo da loro, e cerco di essere all’altezza dei loro doni.
Ricevo la possibilità di sentirmi nel cuore della vita, di radicarmi profondamente nel terreno, di essere più libera di amare la vita, con meno paure.
Il dolore è maestro. Può distruggere o può guarire dall’angoscia di vivere.
Torno ai versi di Rilke che in questi giorni continuano a risuonare in me: la felicità non è un’ascesa…
In questi giorni io mi sento profondamente calata in me stessa, in un’intensità che non sale ma scende e risuona di note basse, che si propagano come cerchi nell’acqua, per poi risalire verso il cielo, come le voci femminili nel Miserere di Allegri, che raggiungono acuti eterei, in cui cielo e terra si incontrano e si riconoscono.
Poi vivo la mia vita quotidiana, fatta di spese al supermercato, di lavatrici, di sveglie che suonano quando vorresti dormire, di elettricisti da rincorrere per una presa fulminata. Vita normale, che però porta con sé l’altra.
Viaggiamo insieme nella partitura di una musica che si va scrivendo giorno per giorno.

Ma come si fa ad accettare…

“Dottore’… Ma come si fa ad accettare di non poter più camminare?”
È un uomo giovane che parla. Un incidente, un attimo; la sedia a rotelle per il resto della vita.

Come si fa ad accettare? Perché la vita mi fa questo? Cosa ho fatto di male per meritarlo? E poi la rabbia, il senso di ingiustizia… E poi il dolore, fisico, psicologico… E poi la paura, lo smarrimento, le angosce per il futuro…
Come si fa?

Ascolto, chiedo, faccio parlare, lascio che si sfoghi… E torniamo lì: “Dottore’, ma come si fa?” La domanda è la stessa ma il tono è cambiato. È meno arrabbiato, e più accorato.

Come si fa ad accettare tutto ciò che non vorremmo, che ci causa sofferenza? Perché la vita ci porta dove non vorremmo andare? O ci fa trovare porte sbarrate dove invece vorremmo andare?

Non ho risposte. Ho il cammino, il percorso. Ho gli sguardi di meraviglia sulla vita, tutti quelli che riesco a trovare. Ho i compagni di viaggio. Ho le parole, gli affetti, la condivisione, lo scambio.

Questo è il mio bagaglio. Cammino. Con gli altri che incrociano la mia strada. Offro i miei sguardi, accolgo i loro. Condividiamo esperienze, raccogliamo testimonianze.

“Dottore’, come si fa ad accettare?”
Non lo so. Ci proviamo.

Sera dopo

“Non si esce mai indenni da queste incursioni nel cuore della sofferenza degli altri.” (Marie de Hennezel)

In effetti questi giorni sono stati pesanti, lavorativamente parlando. Non sono uscita proprio indenne da alcune stanze. Si usa l’espressione “contagio emotivo”, e in questi giorni mi è stato molto chiaro cosa significhi: frammenti di stati d’animo altrui mi sono rimasti attaccati addosso, occhi smarriti hanno continuato a guardarmi… E anche quando, a casa, preparavo la cena o leggevo un libro, un alone di pesantezza stava acquattato in fondo all’animo.

Oggi, però, sono uscita abbastanza presto: c’era ancora il sole e il cielo era azzurro, l’aria non era fredda. Sono andata a fare la spesa: mi sono concentrata su mele e arance, sui prodotti di cui avevo bisogno; ho annusato ammorbidenti, letto qualche etichetta, scandagliato con attenzione i banchi freezer, a caccia di surgelati appetibili e pronti in pochi minuti.

Un tuffo nella normalità, nella vita concreta e quotidiana: ne avevo bisogno, e di corridoio in corridoio, insieme al carrello spingevo in su anche il mio umore.

Così stasera, ripreso un certo equilibrio, torno indietro a recuperare anche un senso per la fatica dei giorni scorsi. E torno alle parole della de Hennezel: “…proprio attraverso le cose che ci feriscono diventiamo vulnerabili, quindi aperti agli altri e veramente umani.”

E ancora: “Non si sa mai chi accompagni chi, e questa è la dimostrazione della reciprocità della relazione. (…) l’altro mi porta qualcosa con l’esperienza che sta vivendo, mi avvicina a me stesso, alla mia condizione di essere umano sofferente. Ci sono benefici reciproci nell’accompagnamento.”

Sono completamente d’accordo. E in fondo, penso che non sia molto diverso dal senso dello stare qui a dialogare attraverso i post con altre storie, altre esperienze, altri sguardi: condividiamo i percorsi e così sappiamo di non essere soli; da lì traiamo forza per combattere le nostre battaglie, godiamo leggerezza e sorrisi per riprendere energia.

Per me una delle grandi bellezze della vita è proprio il dialogo, la possibilità di condivisione. Ecco, lì trovo la meraviglia. Lì si ricompone il dolore. Nel cuore dell’umano, fluisce la vita.

Condividere la maturità

Nel libro “La cura Schopenauer” di Irvin D. Yalom uno psichiatra scopre di avere un melanoma che gli lascerà più o meno un anno di vita. Si chiede allora come dovrà passarlo, e nelle sue riflessioni riprende in mano lo Zarathustra di Nietzsche: “Per quanto Zarathustra esaltasse, persino glorificasse la solitudine, per quanto richiedesse l’isolamento per poter generare grandi pensieri, egli era ciò non di meno impegnato nell’amare e nel sostenere gli altri, nell’aiutare gli altri a perfezionare e trascendere se stessi, nel condividere la sua maturità. Condividere la sua maturità: questo colpì nel segno.”

L’altra mattina, leggendo “Come io vedo il mondo” di Einstein, mi sono imbattuta in queste riflessioni: “Il valore di un uomo, per la comunità in cui vive, dipende anzitutto dalla misura in cui i suoi sentimenti, i suoi pensieri e le sue azioni contribuiscono allo sviluppo dell’esistenza di altri individui.”

E ancora, nel paragrafo Perché viviamo: “… siamo qui per gli altri uomini (…). Ecco il mio costante pensiero di ogni giorno: la vita esteriore ed interiore dipende dal lavoro dei contemporanei e da quello dei predecessori; io devo sforzarmi di dar loro, in egual misura, ciò che ho ritenuto e ciò che ancora ricevo.”

Queste parole muovono profonde risonanze in me. Anch’io sento una forte spinta -e questo blog è una delle forme in cui si riversa- a condividere la mia maturità, a rimettere nella vita ciò che la vita mi ha donato e ciò che è frutto delle mie esperienze.

Ho bisogno di far fluire da me, di non trattenere, di mettere a disposizione. E’ un mio bisogno, fa bene a me. Ed è un bisogno, forse addirittura un istinto, di ciascun essere umano, che poi ognuno  declina, più o meno, secondo le sue caratteristiche e i suoi talenti.

Dare forma all’istinto altruistico fa star bene. Nella solitudine e nel silenzio raccolgo le forze, ma poi cerco di metterle nella vita, e fondamentalmente nelle relazioni. Questo mi rende felice, è fonte di benessere.

Mi sento come nella scena finale di 8 1/2 di Fellini, che mi commuove sempre ogni volta che la rivedo: tutte le persone della mia vita sono con me, e con questo girotondo interiore che mi scalda e mi dà forza, vado nel mondo. Buon 2013 a tutti!