Archivio mensile:settembre 2012

Esercizi spirituali (II parte)

Sto leggendo il libro di Hadot sugli esercizi spirituali. Trovo spunti interessanti.

“…per Epicuro, come per gli stoici, la filosofia è una terapia: <La nostra sola occupazione deve essere la nostra guarigione>. Ma questa volta la guarigione consisterà nel liberare l’anima dalle preoccupazioni della vita, per condurla alla semplice gioia di esistere.  L’infelicità degli uomini deriva dal fatto che temono cose che non devono essere temute e che desiderano cose che non è necessario desiderare e che sfuggono loro. Così la loro vita si consuma nel turbamento dei timori ingiustificati e dei desideri insoddisfatti. Sono dunque privati di quello che è l’unico piacere autentico, del piacere di essere.

Gioia di esistere e piacere di essere: questi vissuti mi appartengono e li sento profondamente. E li ho sentiti anche nei momenti difficili della vita. Anzi, proprio in quei momenti sentire di essere mi ha aiutata ad affrontare quel che c’era.

In questi tempi, poi, sto riflettendo sui desideri. La crisi economica obbliga a ritornare alle cose davvero importanti, a spostare il baricentro là dove dovrebbe sempre stare, sui valori fondamentali, su ciò che davvero nutre la vita e dà senso.

Tempo fa mi sono chiesta: se la crisi mi obbligasse a cambiare drasticamente tenore di vita, a lasciare la mia casa, a cercare lavoro altrove, cosa mi porterei dietro? Ho passato in rassegna le mie cose, e ne sono rimaste poche: il computer, il telefono,  i libri di Rilke, la macchina fotografica. L’essenziale è questo, e non è poco.

Mi ha rassicurata questo pensiero. Lo sento vero. Il resto sono possibilità di cui ringrazio la vita. Ma le fondamenta sono più essenziali, e sono chiare in me. Posso andare per la vita sentendomi più leggera e libera.

Abbandono alle cose, abbandono delle cose: riuscire a godere di ciò che c’è quando c’è, e riuscire ad abbandonare ciò che non è più nelle nostre possibilità. Vale per le cose materiali, ma non solo.

Mi sono accorta di avere meno “bisogni” di quel che credevo. Comprare una nuova borsa o un nuovo capo di abbigliamento mi ha sempre dato gioia, ma ora che il bilancio familiare richiede più attenzione, farne a meno (e ovviamente non sto parlando di cose indispensabili) mi fa stare comunque bene.

I desideri chiamano altri desideri: ma siamo veramente felici solo quando li appaghiamo? Quella felicità quanto dura?

Ora io sono felice. Sto bene dove sono. Mi dà felicità respirare l’aria fresca la mattina quando esco di casa, guardare cieli sempre diversi; sono felice quando vedo la bellezza intorno a me; sono felice perché amo e sono amata; sono felice perché la mia vita è ricca di relazioni significative. Questo non vuol dire che va tutto bene e non ho problemi, ma che quelle ricchezze danno forza per reggere le fatiche. Quelle ricchezze sono in me, fanno parte di me, e riempiono la maggior parte dei miei qui-e-ora. Non tutti, perché ci sono i momenti in cui le paturnie prevalgono, in cui sono s-centrata. Allora l’esercizio spirituale – che sia lo scrivere, fare fotografie, guardare il cielo e i suoi colori, o altro – diventa la via principale per ritrovare il centro e il piacere di essere. Allora la vita torna a fluire.

Tralicci

Mi affascinano i tralicci. Li vedo come il sistema nervoso delle città: lunghi neuroni e connessioni sinaptiche trasportano l’energia elettrica e consentono alle città di vivere.

I tralicci sono tanti, diversi tra loro. Imponenti, a guardarli si vede che hanno diverse personalità: ci sono i maestosi, gli stravaganti, i cinesi sorridenti, i solitari… I loro fili solcano il cielo, corrono per migliaia di chilometri, attraversano ogni paesaggio. Collegano.

Penso agli uomini che li hanno costruiti, che hanno sfidato montagne, boschi fitti, nature impervie per tirar su queste colonne portanti della nostra vita.

Sono belli, i tralicci, e mi fanno simpatia. Sono un’opera dell’uomo, muovono rispetto.

Ogni tanto penso ai cervelli delle persone che un qualche accidente ha danneggiato. Immagino i neuroni come pionieri che devono farsi strada per nuove vie, mai percorse prima. Pionieri in viaggio, che non possono più tornare alle loro case e che ne devono trovare di nuove. Piantano tralicci anche loro.

Quotidianamente in quei cervelli colpiti piovono sostanze che nutrono, riparano, liberano vie, portano materiale per costruire nuovi tralicci, per consolidare quelli esistenti e ancora funzionanti.

Da fuori, arriva anche l’aiuto degli alleati: medici, infermieri, ma soprattutto fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, neuropsicologi…

A ogni nuovo traliccio piantato, a nuovi fili che vengono collegati, un pezzetto di vita, là fuori, ritorna.

Autunno e campi gialli

Oggi guidavo per stradine di quasi campagna: il cielo grigio carico di nuvoloni, i campi gialli di non so quali colture… Uno spettacolo! Mi sono fermata a fare qualche foto col telefono (devo ricominciare a tenere in borsa la piccola Canon).

Amo l’autunno, non solo per i suoi colori, ma per l’atmosfera: dopo la fragorosa ed eccessiva estate, si torna alla normalità, a giornate che accorciandosi invitano al raccoglimento, a temperature che scendendo mi danno voglia di muovermi, di avere addosso abiti caldi… L’anno che -di fatto- comincia a settembre è come l’inizio di una camminata in montagna. Sai che sarà lunga, ma sei ben riposato, hai tutte le energie e, zaino in spalla, ti metti in cammino respirando a pieni polmoni,  felice di godere del paesaggio che incontri. Le gambe hanno voglia di muoversi, di ripercorrere strade note, di cimentarsi in percorsi sconosciuti.

L’autunno per me è caldo e confortevole, sa di ritorno. Come il ritorno di vecchi amici, di buone abitudini per un po’ abbandonate.

È morbido, mi accompagna con calma, gradatamente. Mi consente di farmi il fiato, di allenarmi alle fatiche dei mesi successivi, alla resistenza che la maratona invernale richiede.

L’autunno è vario: ha giornate terse di sole e cieli azzurri, ha nuvoloni che corrono, ha giornate grigie, ha le nebbie; ha lo splendore dei colori e i rami spogli; ha il rumore delle foglie secche che calpesto, l’odore delle nebbioline mattutine e serali; ha il buio della sera, con le luci che si accendono, scie luminose che guizzano per le strade, illuminano le finestre svelando la vita che lì dietro scorre.

Bentornato, autunno. Mi sento a casa.

Arrendersi alla vita (II parte)

Succede che la vita ci porti in luoghi interiori che non avremmo mai voluto incontrare, men che meno abitare.

Invece, regolarmente, ci arriviamo. Le nostre paure si avverano. Resistiamo con forza. Fino al crack.

Da lì inizia la salvezza. Quando sei a terra e non hai più scappatoie, quando hai esaurito le energie di fuga e ti arrendi, lì la crisi dà i suoi frutti.

Vedi gli errori, le responsabilità, quel che hai fatto nel bene e nel male: la chiarezza della verità, del non contarsela. E questo fa stare meglio. Dà solidità su cui stare.

La verità è salute psicologica, e in fondo è benessere, anche quando sei ancora nelle difficoltà.

Ancora una volta provo sulla mia pelle quanto la serenità e il benessere stiano nel coraggio di dirsi la verità, di affrontare quel che c’è da affrontare, mentre la fuga, il rimandare, il contarsela, alimentano i fantasmi interiori.

Fuggiamo dalle realtà sgradevoli per cercare di star bene e troviamo ansia, paura, instabilità. Ci arrendiamo alla verità e al malessere e troviamo pienezza di vita e stabilità interiore.

Arrendersi alla vita

Arrendersi è complicato.

Bisogna mollare là dove cerchiamo di rimanere aggrappati e tener duro là dove vorremmo mollare.

E’ importante cercare di far qualcosa delle crisi che viviamo, dei momenti difficili. Non devono passare invano, senza lasciare insegnamenti, trasformazioni. In questo senso bisogna trovare le energie per non scoraggiarsi, per essere concentrati e focalizzati: bisogna camminare, andare avanti raccogliendo forze finalizzate.

Nei momenti di crisi spesso cerchiamo la fuga, vorremmo non pensare e poter solo alleggerire il carico. Ci diciamo che siamo stanchi, che dobbiamo pur riposare. Ma se il riposo è una fuga, e non un autentico bisogno di fermarsi, il risultato è uno stato d’animo depresso, e per nulla riposante. Non è una strada percorribile.

Bisogna arrendersi a quel che c’è. Al malessere, alla stanchezza, alla preoccupazione. Se la strada ora passa da lì, dirselo e accettarlo fa stare meglio. C’è quel che c’è, è il motto.

Ciò che produce malessere è la voglia di fuga, di scrollarsi di dosso il fardello. Ciò che produce benessere è il piano di realtà, starci dentro, affrontarlo.

Dunque mollare, e tener duro.

Come quella preghiera: “Mio Dio, dammi la forza di accettare quel che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quel che posso cambiare, e la saggezza per cogliere la differenza.”