Il senso del tempo

Una mattina che inizia senza sveglia è già vacanza.
E poi il sole, l’aria ancora fresca, muoversi per casa senza fretta, senza liste di impegni da depennare: oggi le cose da fare restano da fare. Mi godo il tempo, che accolto con questo spirito si espande, regalandomi un senso di pienezza e di felicità.
Vado a zonzo per la città, guidata solo dallo sguardo e dal bisogno di quiete, che mi orienta verso strade poco frequentate, silenziose.
Senza meta e senza obiettivi fotografici, con la Canon pronta a cogliere ciò che incontra.
Cammino, guardo, scatto. Per il piacere di cogliere ciò che c’è, di godere di una semplice manifestazione di vita: uno scorcio di case, un balcone fiorito, un gioco di luci…
Che senso hanno queste foto, questi sguardi?
Per me, sono solo testimonianze di un semplice esserci, di una bellezza che scorre sotto i nostri occhi e che non necessita di aerei o camminate estenuanti verso paesaggi mozzafiato. La bellezza semplice che è a portata di mano sempre, che può alleggerire l’animo in qualunque momento e in qualunque luogo. Quella bellezza che unisce l’apertura alla meraviglia –stato interiore dell’animo- e il semplice fluire della vita, così com’è.
Non è una novità, ma ogni volta mi colpisce: non sono tanto le cose che faccio a rendermi felice, ma stare pienamente nel tempo con quel che c’è. Quando sono in quel tempo, la quiete scorre nelle vene e nel respiro. Il tempo perduto è ritrovato.
Tutto va bene così com’è.

Ne vale sempre la pena

Sto leggendo questo libro, e le riflessioni che escono dalle pagine si incrociano con le mie, personali e professionali.
Abbiamo paura del dolore, della morte, della vita che ci obbliga a percorrere strade che mai avremmo voluto percorrere. Ci ostiniamo a cercare la felicità dove vorremmo noi, e spesso non la troviamo, mentre arriva da angoli nascosti o temuti, dove mai avremmo pensato di guardare.
Cinque anni fa la vita di mio marito, e conseguentemente anche la mia, ha subìto uno sconquasso. Sono stati anni difficili, ma l’attraversare quei sentieri per nulla desiderarti e cercare la strada fra terre incolte ha portato ricchezze inaspettate.
E se una lezione abbiamo imparato sulla pelle è stata la necessità di arrendersi a ciò che stava accadendo. Allenare e poi ancora allenare la resa.
Scrive Jankovic: “Ci è data sempre una seconda possibilità, anche se non come la vorremmo noi. Ma se la riconosciamo, allora possiamo ritornare a sorridere alla vita.”
E lo scrive un uomo che ha visto morire bambini e giovani di leucemia. Lo scrive per aver seguito negli anni le famiglie che avevano subìto una perdita, che avevano attraversato uno tra i dolori più grandi che si possano immaginare.
La mia esperienza, fortunatamente, non è stata così drammatica. Ma attraverso le fatiche delle frustrazioni, dei sentieri obbligati, non desiderati, lontani dalle aspettative, sono arrivata alle stesse conclusioni.
“…tutti condividiamo la stessa trama di eventi in relazione col proprio vicino, in una scala crescente ma indivisibile in cui ogni cosa esiste grazie alle altre. (…)
ma se un uomo è in vita questo scambio incessante di relazioni chimiche, emotive, psichiche, familiari… quando non è più vivo cosa diventa? (…)
Anche da non vivo, resta scambio e relazioni, nei suoi geni che vivono nei figli, nei suoi esempi e ricordi che riemergono a distanza in chi lo ha amato, nelle persone che si appropriano dei suoi pensieri attraverso le sue parole.
E l’impronta di queste scie è più viva che mai perché produce effetti reali in chi ne è affetto. Ognuno di noi, chi più chi meno, innesca una rete di onde affettive che si propaga oltre noi, senza che noi lo sappiamo o lo vogliamo, in alcuni casi si ferma ai nostri congiunti, in altri va ben più in là.
(…)
E non è questa una rete sconfinata di amore, in cui ogni nodo si tiene assieme al vicino per propagare una fiducia inebriante nella vita? Non è questo un contagio salvifico che esalta quanto di meglio ha l’essere umano?”

Oggi io mi sento così. Parte di una rete di relazioni, incontri, scambi. Sono connessa con tutte le persone con le quali -a diversi livelli di vicinanza e intensità- è avvenuto e avviene un dialogo autentico: sono tutti con me, e io con loro.
Mi sento ricca di tanti doni ricevuti e dati, sono felice per il calore degli affetti che vivo.
È un sentire, oltre che una visione della vita, che mi rasserena e mi fa essere fiduciosa. So bene che tutto può succedere nella vita, so che incontrerò altre paure e dolori, ma ne sono un po’ meno spaventata. Affronto i giorni con una fiducia più matura e profonda, e vivo l’oggi senza smanie, fluendo con quel che c’è.
“… E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato.” (Castaneda)
Meraviglia e bellezza mi accompagnano.

Stare in ciò che c’è

C’è sempre un altrove più desiderabile, o anche solo un altrove che ci sembra più sostenibile. E c’è spesso anche il pensiero di poter avere un giorno dei rimpianti, per non essere riusciti a fare quel che pensavamo, per non essere riusciti a vivere la vita che avevamo immaginato, desiderato.
Però bisogna sforzarsi di amare la propria vita così com’è. Amarla perché non c’è un altrove realistico, altrimenti sarebbe realtà. Siamo dove possiamo, dove riusciamo ad essere.
Dobbiamo mettere impegno per amare ciò che c’è. Perché in quel che c’è, quando lo amiamo, c’è più di quel che sembra: come quando guardi e vedi, e tutto si illumina di nuova luce.
In quel che c’è ci sono tutte le nostre imperfezioni, le frustrazioni, le fatiche, le lotte. E ci sono i sorrisi, le piccole meraviglie quotidiane, gli affetti, l’amore.
Ogni cosa è illuminata, se l’amiamo.
Per questo la fotografia è così importante per me: perché mi aiuta a illuminare la realtà, ciò che ho sotto gli occhi in ogni momento, e in questo trovo una profonda felicità.
Quando amo, la vita ha senso, e non ci sono altrove, c’è l’oggi col suo carico di luci e ombre, e va bene così.
Siamo sempre in corsa verso qualche meta lontana, o per star dietro a tutti gli impegni che gravano il quotidiano, e questa corsa spesso ci travolge, ci rende difficile vedere ciò che c’è, ci imprigiona nella ruota del criceto di cui parlavo in un post precedente.
In questo inizio d’anno faccio esercizio di rallentamento, cerco di stare in ciò che c’è.
Sto e guardo. Sto nelle imperfezioni e nelle mancanze, ma sto anche nella ricchezza e nella meraviglia, cercando l’equilibrio possibile di giorno in giorno.
Così, capita di guardare un palazzo normale, e di trovarlo bellissimo. Come la vita.