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Case

Le cure palliative domiciliari mi fanno entrare nelle case di persone sconosciute. Varco una porta e mi trovo nell’intimità di una famiglia, nel luogo del privato, dove ogni particolare racconta un pezzo di storia, dove il quotidiano si mostra senza trucco. In quei momenti di vita c’è meno spazio per gli imbellimenti, per le formalità: entro in case col bucato steso, i tappeti tirati su e per terra lo straccio per lavare i pavimenti, con panni abbandonati sulle sedie, con i tavoli ingombri di medicine, liste della spesa, oggetti vari che aspettano di rientrare nei loro posti; entro in case caotiche e in case impeccabili, tirate a lucido senza nulla fuori posto.
Comunque, case che trasudano vita, sempre.
Spesso ci sono foto che parlano di momenti felici: guardo volti pieni e sorridenti mentre davanti ho visi segnati e sguardi sperduti. Le foto sono impietose nel rimarcare quanto può scavare una malattia, quanta distanza mette anche solo dalla normale quotidianità.
E poi mi ritrovo a parlare in qualunque stanza consenta un minimo di privacy: in cucina, in camere da letto, in tavernette, su qualche balcone, persino in bagno. Privacy e intimità, nelle parole e nei luoghi.
Là, in quelle case che si mostrano senza troppi veli, noi operatori domiciliari abbiamo il privilegio di incontrare frammenti di vita autentica, che portiamo con noi, e che in qualche modo in noi rimangono. Abbiamo la fortuna di fare un lavoro che ci porta nel cuore della vita.
Non è cosa da poco.
Perché quel cuore, quando usciamo da quei luoghi, non smette di battere, e fa circolare linfa vitale nel nostro quotidiano.
Il mio amore per la vita e l’amore per le persone che mi sono vicine sono fatti anche un po’ di quelle case, di quei volti, di quegli sguardi.
C’è di che essere profondamente grati.

Tempo

Seguire i pazienti nell’ambito delle cure palliative fa riflettere. Vedere da una volta all’altra il decadimento che avanza, fa riflettere. Così stamattina riflettevo sul tempo.
Troppo tempo, o troppo poco, ma poi c’è il tempo che c’è, e non siamo noi a deciderlo.
Ciò che però possiamo decidere è cosa fare del tempo che abbiamo: possiamo farlo scorrere via, disperso in attività senza senso o che fanno male al corpo o alla psiche, oppure possiamo viverlo con pienezza, a portare significato e benessere. E vale sia quando pensiamo di avere ancora molto tempo davanti a noi, sia quando la clessidra fa scorrere gli ultimi granelli di sabbia.
Tanto tempo, poco tempo… Finché c’è vita c’è tempo, c’è un tempo da vivere in qualche modo.
Guardo il lento decadere che a ogni visita avanza un passo in più. Qualcuno è felice che i passi siano lenti altri vorrebbero che finisse tutto in fretta.
Una donna quasi mia coetanea, una settimana fa mi diceva di godere ancora del cielo e degli alberi che vedeva dalla finestra, delle chiacchierate anche telefoniche con gli amici, della presenza dei familiari. Ieri mi diceva che stava arrivando il tempo del silenzio, e che aveva bisogno di restringere l’orizzonte del suo sguardo.
Tempo. Invito e monito a non sprecarlo, a viverlo seguendo l’andamento naturale del suo scorrere, senza accelerare, senza indulgere. Stare nel tempo che ci è dato, momento per momento, passo dopo passo.
E oggi c’è il sole, cammino nel cielo azzurro e terso, nell’aria fresca, e sono viva.

Vita che spinge alla vita

Mi colpisce entrare nelle case di malati terminali nel periodo natalizio. Trovo quasi sempre alberi con le luminarie, presepi, addobbi vari. Accanto ai medicinali, le coperte abbondanti, i tanti cuscini. Due mondi che a vederli da fuori stridono, tanto sembrano divergere, eppure lì, in quelle case, celebrano la vita che vorrebbe scorrere regolare, che si aggrappa a un quotidiano che si desidera normale. E normale non sarà.
Mi colpisce sempre questo bisogno profondamente umano di ritrovare normalità in mezzo agli sconvolgimenti della vita. È commovente. Noi esseri umani così fragili, che un nulla può spazzar via, teniamo duro e a testa bassa andiamo avanti nelle tempeste. Laviamo i panni, cuciniamo, andiamo al lavoro. Siamo come quella vegetazione che buca l’asfalto, e tra auto e pedoni si allunga verso un raggio di sole, vita che spinge alla vita.
Natale è anche questo, oggi.
Lascio quelle case per un po’. Rientro pensierosa nella mia vita. Qui c’è un posto per voi, che avete incrociato la vostra vita con la mia per un breve tratto. C’è posto insieme alle mie gioie, alle persone che amo e dalle quali mi sento amata.
Stasera sto. In equilibrio, serena. Tutto scorre.
Buon Natale a tutti. E che il solstizio porti nuova luce in ogni vita.