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Tempo della terra di mezzo

Tra la fine delle vacanze e il rientro c’è un tempo strano, una terra di mezzo che non appartiene né alla terra che si sta per abbandonare né a quella che si sta per raggiungere.

È un tempo di attesa. Per noi ansiosi, è come il tempo prima di partire, prima di uscire di casa verso stazioni o aeroporti. È un tempo di inquietudine, di passaggio, dove lo stato d’animo non si può calare in un luogo preciso.

Patisco un po’ questo tempo, e vorrei affrettarlo. Qui non riesco a concentrarmi, passo da un’attività ad un’altra, senza esserci per nessuna.

Allora, tanto vale finire di pulire i mobili della cucina: quei lavori radicali, in cui svuoti mobiletto per mobiletto, butti via quel che non serve più, lavi e rimetti tutto dentro in bell’ordine. E poi rimiri l’opera, che è poi il momento di maggiore soddisfazione. È anche un’attività meditativa: lo zen e l’arte di pulire la cucina. Funziona anche con la pulizia del bagno. (Per me non funziona con il cambio di stagione negli armadi, attività che detesto e che mi richiede dosi massicce di autocontrollo e di continue ripetizioni di mantra per evitare di scaraventare tutto fuori dalla finestra).

Comunque, ieri ho letto questa frase di Etty Hillesum: “…e le forze si rigenerano a ogni piccolo compito di cui mi faccio carico”.

I compiti imbrigliano le energie vaganti, offrono contenimento alla libertà dispersiva. E l’assunzione di responsabilità ci radica nella vita, nella realtà.

Il quotidiano non è sempre così rigenerante, ma forse a volte dipende anche dallo spirito con cui lo viviamo: ci tira giù se siamo in rivolta contro di lui, o se non riusciamo a metterci nulla di nostro.

Tant’è. Oggi l’attività zen di pulizia ha svolto la sua funzione, ha raccolto l’inquietudine e l’ha fatta scorrere. Ora posso tornare con più concentrazione al mio libro.

Tempo di tornare

Attraverso il parco sulla via di casa, senza musica nelle orecchie, solo a contatto con i miei pensieri e con ciò che raggiunge lo sguardo. Mi vedo camminare per le vie di Torino, anni fa; ripenso ai miei passi in quell’altra vita. Ero così radicata lì che mai avrei pensato di poter vivere altrove. E invece le mie radici si sono spostate. Non troppo lontano, ma si sono spostate. Forse proprio perché abbiamo radici ci possiamo spostare, perché più sono salde e profonde più si possono trapiantare in altri terreni, senza morire, senza perdersi.  Trapiantarsi in un’altra città: espressione desueta, immagine precisa. Io mi sono trapiantata, ho portato qui le mie radici, e il terreno favorevole le ha nutrite, ha portato linfa su per il tronco, i rami, le fronde… Stesse radici, nutrimento nuovo.

E oggi cammino nella luce del tramonto. Penso a questo lungo periodo di vacanza che sta per finire. Mi sono riposata. Intere giornate di quiete, di silenzio, senza uscire di casa, immersa nella lettura e nella scrittura: è il mio personale centro benessere, fatto di bagni e massaggi a base di tempo quieto, sospeso, fuori dal tempo affannato, fuori dalle fatiche…

Ma è tempo di tornare. Tornare al lavoro, agli impegni quotidiani; tornare agli orari, al tempo cadenzato dalle attività; tornare agli affanni, alle grane da gestire; tornare alla vita normale. E va bene così. Perché il tempo sospeso e dilatato non può durare, oltre una certo limite cambia faccia e natura.

Poi sono anche fortunata, perché torno a un lavoro che mi piace, che dà senso alla mia vita, e questo cambia completamente lo stato d’animo del ritorno.

Dunque, l’Epifania la quiete prolungata si porta via. M’incammino verso il ritorno.

Luoghi (parte II)

Ieri sera tornavo a casa con mio marito e, passando davanti ad una chiesa, mi sono tornati in mente i ricordi delle estati in cui in quella chiesa siamo stati ad ascoltare dei concerti bellissimi. Concerti e serate estive, caldo, sudore, abiti leggeri, programma del concerto come ventaglio. Per un attimo i ricordi sono stati sensazioni fisiche, veicolati dal salto di abbigliamento: allora maniche corte e sandali senza calze, ora avvolta nel giaccone pesante, i piedi freddi, due golf di lana.

Mi capita spesso di passare in luoghi che frequento abitualmente e di ricordare, attraverso l’abbigliamento, momenti in cui sono passata di lì: quel giorno pioveva, avevo l’impermeabile blu e ricordo che… Passavo di qui ed ero imbacuccata all’inverosimile…

I luoghi sono tempo. Tempo sancito dal cambiamento dell’abbigliamento, dal grado di pesantezza o leggerezza degli abiti. Tempo sancito dalle sensazioni nel corpo dei gradi di temperatura, del caldo/freddo sulla pelle. Tempo sancito dalle stagioni, dalle foglie sugli alberi o dai rami secchi. Luoghi e tempo che passa, luoghi e vita che ci è passata attraverso.

I luoghi sono i depositari della nostra memoria, custodiscono le nostre vite, i nostri preziosi momenti di vita: ognuno ci lascia i suoi, e i luoghi li accolgono mantenendo il segreto, non svelando ad altri ciò che vi abbiamo depositato. I luoghi sono pubblici eppure così privati. Come la lettera rubata di Poe, sono sotto gli occhi di tutti, ma solo chi sa, vede. Parlano solo per i proprietari dei ricordi.

I luoghi son lì, fermi, mentre noi passiamo; nell’alternarsi delle stagioni i luoghi mutano lentamente, a volte impercettibilmente, mentre la nostra vita si dispiega, prende nuove pieghe…

Quando torno a Torino, dove non vivo da più di dieci anni, i luoghi in cui passo rilasciano ricordi: ricordi in cui faceva caldo o freddo, pioveva o c’era il sole, avevo il cappotto o i sandali.

Come scriveva Rilke, nella seconda elegia duinese (ho già citato questi versi): “Come rugiada dall’erba novella/ quel che è nostro svapora da noi, come il calore da / vivanda calda. (…)/ Avrà forse sapore di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo?”

I luoghi, anche se non raccontano le storie se non ai diretti interessati, avranno comunque un po’ sapore di noi?

Luoghi

“Non tornare nei luoghi in cui sei stato felice. La felicità appartiene al tempo, non al luogo”. Credo sia una frase di Proust, molto vera. Vale però anche per tutti gli altri stati d’animo.

I luoghi sono intrisi di ricordi, impregnati delle nostre emozioni.

Ci pensavo stamane, mentre tornavo da una visita domiciliare. Guidavo per strade in cui passo solo per lavoro. E le strade note erano ricordi di persone, volti, espressioni, storie, emozioni, testimonianze di vita.

In quel palazzo, su per quelle scale, da quella finestra… da quei luoghi si affacciano volti che non ci sono più, e quando passo penso ai familiari rimasti, a come sarà la loro vita ora.

Guidavo in un cielo grigio e piovoso ma ero serena.

I luoghi sono impregnati di vita, risuonano emozioni. I luoghi sono vivi e continuano a raccogliere storie. C’è una gran ricchezza, nei luoghi. Non mi fanno mai sentire sola.

 

Sfumature di bellezza

Oggi camminavo per strada guardando le persone e, in particolare, la loro bellezza: non tanto quella evidente degli anni giovanili, ma quella profonda e unica raccontata dai segni del tempo.

Come diceva Anna Magnani al suo truccatore: “non togliermi le rughe, ci ho messo una vita a farle”. Ecco, quella bellezza lì mi piace. Fatta di imperfezioni, di vita sedimentata nelle pieghe dell’anima e del corpo. Bellezza che racconta la sua storia, di come è arrivata fin lì.

Ci sono bellezze che sanno di accettazione, di pacificazione con se stessi e con la vita; ci sono bellezze che sanno di lotta, di fatica; bellezze stanche; bellezze arrabbiate. Ci sono bellezze rassegnate che mettono un po’ di tristezza, bellezze sperdute…

Sono affascinata dai volti e da come le persone si muovono, come camminano: esprimono un po’ della loro vita, accennano a chi sono.

Incrocio  una giovane donna elegante, perfettamente truccata e senza un capello fuori posto. La vedo avanzare alla ricerca di un difficile equilibrio sui tacchi alti. Cammina rigida, tutta d’un pezzo; si tocca più volte i capelli per accertarsi che stiano al loro posto, è concentrata sull’apparire al meglio, anche se l’effetto che ne deriva è un po’ disarmonico.

Mi fa tenerezza, mi richiama altre fasi della vita. Io cammino veloce, ben salda sul mio tacco tre, e mi sento libera.

Libera nei miei 52 anni, libera di portare in giro le mie imperfezioni, quelle del corpo e quelle dell’anima. Libera di prendermene cura con l’amorevolezza e l’impegno di cui sono capace.

Non sempre mi sento così… ma oggi vado nel mondo con leggerezza e gravità, e sono quasi felice in mezzo a così tante sfumature di bellezza.

“Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi: / che i venti dell’alba, mentre lievi / spirano intorno al tuo capo sognante, / mostrino un giorno di accoglienza tale / che occhio e cuore pulsante ne gioiscano, / paghi di un mondo, il nostro, che è mortale; / meriggi di arsura ti ritrovino / nutrito dei poteri involontari, / notti di oltraggio ti lascino andare / sorvegliato da ogni umano amore.” (W.H. Auden, Ninnananna).