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La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.

 

Vorrei averlo fatto

Su segnalazione di un’amica, ho scoperto Bronnie Ware, un’australiana che per alcuni anni si è occupata di pazienti terminali. Il suo blog è diventato molto famoso per un post in cui parlava dei 5 rimpianti che più spesso ha ascoltato da quei pazienti.

Questi i “regrets”:

1) vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi, e non quella che gli altri si aspettavano da me.

2) vorrei non aver lavorato così tanto

3) vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti

4) vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici

5) vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

Nella mia esperienza con quei pazienti e con i loro familiari, ho trovato anch’io quei rimpianti, specialmente i primi tre. Riassumibili nel titolo italiano del libro che poi la Ware ha scritto: “Vorrei averlo fatto”.

Ho ascoltato persone che mi raccontavano il loro dolore per non aver fatto, per non aver detto… quando non c’era più tempo per fare, e a volte non c’era più tempo neanche per dire. Ho visto i loro sguardi arrabbiati, oppure tristemente rassegnati, comunque dolenti.

Ho invece incontrato sguardi tristi ma sereni, ed erano tutti di persone che mi dicevano di aver fatto la loro vita; il possibile, certo… senza grandi rimpianti.

Ecco, quelle testimonianze di vita sono diventate per me un prezioso monito a non lasciare indietro ciò che è possibile fare, e dire. Non conosciamo il tempo a nostra disposizione, e spesso questa angoscia è fonte di fughe formidabili. Lavorare in ospedale mi ha aiutata a incontrare quell’angoscia, e nel tempo mi ha insegnato  -e mi insegna- a vivere nel presente, pienamente, nei limiti del possibile. “Si fa quel che si può”: è una verità profonda, piuttosto difficile da praticare perché è davvero difficile capire quali siano i limiti reali.

Però bisogna provarci. Una donna mi raccontò di un litigio telefonico col  marito, e che quella era stata l’ultima volta che si erano parlati, quello era stato il loro saluto: un ictus violento aveva impedito dialoghi successivi. Ricordo la sua espressione mentre mi parlava. Da allora, cerco di non lasciare mai sospesi con le persone che amo. Cerco di non uscire di casa arrabbiata, senza aver messo almeno un piccolo ponte per raggiungere mio marito sull’altra sponda del fiume.

Le testimonianze di chi è sulla soglia ultima della vita sono un aiuto e un invito a non sprecare occasioni, a dare valore alla nostra vita, a darle una direzione sensata.

Fare i conti con la morte ci aiuta a vivere. E ad essere -quando è possibile- profondamente felici.