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Albero d’autunno

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Incontro quest’albero tutti i giorni, mentre passo da una palazzina all’altra dell’ospedale.
Oggi i suoi rami non del tutto spogli mi hanno fatto pensare ai tanti rami invernali che ho fotografato, belli ed essenziali nel loro protendersi verso il cielo senza orpelli.
Quest’albero autunnale, però, coi suoi rami in transizione, oggi mi ha messo un po’ di tristezza. Guardandolo, mi sono venuti in mente questi versi di Emily Dickinson:
“Chi indossa la sua pena
Il mattino che è nuova
Soffre più che a portarla
Un’intera esistenza.”
Non credo che sia proprio così, però guardando quell’albero stasera pensavo a quanta fatica facciamo per adattarci a un cambiamento doloroso, per abbandonare ciò che ha fatto parte di noi, della nostra vita. L’inizio è sicuramente molto duro. La pena che indossiamo la mattina che è nuova fa un gran male.
La transizione ci tiene legati a ciò che c’è ancora, ma che è già solo più l’ombra di ciò che era. Foglie secche, pronte a cadere.
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Foglie che ricordano tempi che non ci sono più. Foglie che rimangono attaccate, legami che non si sciolgono. Faticosa e dolorosa transizione.
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Finché un giorno arriva il vento che libera i rami da ciò che non ha più vita.
E la vista cambia. Rami definiti, forti della loro essenzialità.
Amo i rami invernali, li guardo con tenerezza e commozione. Li trovo bellissimi.
Stasera, però, è tempo d’autunno.
Tempo di pazienza e di fiducia.

La pazienza

“La pazienza è la cosa più difficile, l’unica che valga la pena di imparare. Tutte le forme della natura, dell’evoluzione, della pace, tutto ciò che al mondo è prospero e bello dipende dalla pazienza, necessita di tempo, di calma, di fiducia, di fede nei processi lenti, che hanno una durata assai più lunga di una singola vita, che non sono pienamente accessibili all’intelligenza di un singolo individuo, e nella loro totalità non costituiscono esperienza di persone, ma di popoli e di secoli.” Hermann Hesse, Letture da un minuto

Mi piace la fede nei processi lenti… Pensare in termini di pazienza e di tempo ha spesso -per me- un effetto calmante, che mi aiuta a stare nel presente. La lentezza mi dà speranza: non deve accadere qualcosa subito, e nel percorso lungo ci sono maggiori possibilità che qualcosa accada. Vivo il presente, l’oggi, ma il respiro è ampio.

Può sembrare paradossale, però proprio quando sono più centrata nel qui e ora l’orizzonte si fa più ampio, nel tempo e nello spazio interiore.

Mi quieta pensare la mia vita come parte del processo evolutivo dell’umanità, sentirmi nel flusso che è stato e che sarà dopo di me… Ovunque possa portare.

So anche bene che questo sentire non elimina la sofferenza, non mi impedisce di percepire la stretta dei miei confini, il contatto dolente con i limiti. Solo dà un orizzonte, e un senso in cui dispiegarsi.

Non è poco.