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Quando proprio ci vuole Bach

Stasera torno a Bach. Le note di una Passacaglia nelle orecchie, a fare silenzio interiore.
Torno a casa accompagnata dai volti e dagli sguardi che oggi ho incontrato, e se ora qualcuno mi chiedesse come sto, non saprei rispondere. Sto in un complesso di emozioni e pensieri, un po’ affaticata, un po’ contenta, un po’ dubbiosa, pensierosa, preoccupata; un po’ serena e un po’ no.
Si affacciano alla mente sorrisi e sguardi tristi, sconfortati; ritorna uno sguardo più sconfortato di altri.
Avrò fatto tutto ciò che potevo per quegli sconforti? Tra impotenza e onnipotenza c’è l’enorme spazio del possibile, del limite, e ne sento la responsabilità. Uno spazio sempre oggetto di interrogativi, quasi mai sgombro di nuvole.
Stasera proprio ci voleva Bach. Pensieri ed emozioni scorrono, e io sto. Questa sera sto nel bicchiere contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto, sto nei limiti e nelle possibilità, sto nella serenità e nelle domande, nella gioia e nella pesantezza. Sto in equilibrio, e ogni elemento che compone la complessità mantiene la sua forma, non si modifica nell’incontro con gli altri. La pesantezza non è meno pesante perché sta accanto alla gioia. Ma anche la gioia non è meno sorridente perché si accompagna alla fatica.
Porto tutto con me, e Bach offre argini per contenere quel fiume che scorre, potente e grave.
Ascolto e camminando guardo i giochi di luce sui marciapiedi bagnati, respiro il profumo di pioggia che persino in città si fa sentire. Ho nel cuore le persone che amo.

Si fa presto a dire primavera

Va bene, è primavera. La natura sboccia e non solo lei. È tutto un fiorire di foto, riflessioni, emozioni di rinascita. E va benissimo, ci mancherebbe. Piace anche a me, la primavera, nonostante non sia la mia stagione preferita.
Però, di fronte a tutti questi colori, quest’esplosione di vitalità, mi viene fuori uno spritello un po’ Bastian Contrario, che provocatoriamente riporta un po’ di attenzione sulle spine e non solo sulle rose.

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Non voglio essere fraintesa: non sono pessimista, negativa. Semplicemente mi innervosisco di fronte a visioni troppo univoche. Mi suona un campanello di allerta verso le posizioni troppo sbilanciate, in un senso o nell’altro.
Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. E questo sguardo mi aiuta. Perché quando gli stati d’animo sussurrano visioni negative, la riflessione riporta motivi di speranza o di possibilità, seppur a volte minime. E quando le emozioni salgono verso vette troppo alte la riflessione riporta cautela, possibili problemi o rischi da prendere in considerazione.
A volte mi sento obiettare che così si perde di spontaneità, si appiattiscono le emozioni. Ma non è vero, non è questo che accade. Accade invece che reggendo la complessità, con tutte le sue sfumature, la vita si arricchisce. Non perde, ci guadagna. La complessità è una risorsa.
Quando guardo un quadro vedo un’ampia gamma di colori e sfumature: e non solo un colore non annulla l’altro, ma proprio dall’insieme che ne scaturisce nasce l’incanto.
La bellezza delle rose non è diminuita dalle spine, ma neanche annulla la possibilità di essere punti. Nella vita bisogna prendere il pacchetto completo.
La primavera è bellissima, ma sono bellissime anche tutte le altre stagioni, ognuna con fatiche e pesantezze al seguito.
Amo la complessità perché mi sostiene in qualunque momento di vita, felice o difficile che sia. E perché mi lascia piena di meraviglia a ogni sguardo.