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Sguardi amorevoli

Osservo le persone che incrocio per strada, sul tram: umanità diversa per razza, età, condizione sociale, stati emotivi… vite che scorrono e fluiscono, io con loro.
Ci sono momenti di apertura interiore in cui dalle vite che incrocio mi arrivano frammenti di storie, e io sto in ascolto.
Un tempo momenti come questo mi procuravano quelle che consideravo vere e proprie ubriacature spirituali. Oggi non più. Scorrono ampi e quieti, inclusivi di tutto il presente, sorretti da tutto il passato. Scorrono e mi fanno sentire radicata nella vita e fluida. Certo, a dirlo così sembra un ossimoro, ma è ciò che sento.
Mi sento piena di vita, ed è un sentire che mi placa.
In questi giorni ho ripreso in mano un libro di Andrew Solomon, “Lontano dall’albero”.
Mi fa sempre bene leggere, o rileggere, le sue riflessioni, e mi ci ritrovo spesso in sintonia. Trovo commovente lo sguardo che porta sulle diversità, sulla faticosa ricerca di senso di ogni singola vita, ovunque si ritrovi a dover vivere. È uno sguardo amorevole.
Penso alle persone che incontro in ospedale, agli sguardi amorevoli che vedo. Mi scorrono nella mente volti ed espressioni, esseri umani vicini nell’affrontare le tempeste che sconvolgono le loro vite. Amore e accettazione, l’uno rende possibile l’altra, e si rafforzano a vicenda.
La vita può essere molto dura, e si sopravvive solo avendo cura di sé e di chi si ama, amando con quotidiano impegno e quotidiana pazienza, con matura accoglienza, coltivando la fiducia e la memoria degli orizzonti aperti quando gli ostacoli e gli ingorghi dell’animo oscurano il cammino e lasciano spazio ai demoni interiori.
Ma rimanere saldi nell’amore, anche quando ci sembra di non sentirlo, allontana i demoni e riapre lo sguardo all’orizzonte. Amore per l’altro, per gli altri, per la vita. Lì ricomponiamo un senso, e il senso ricompone noi. L’amore davvero ci salva.

 

Forgiare un senso

“Da studente delle avversità mi ha sempre colpito vedere come alcune persone poste di fronte a sfide eccezionali sembrano trarne forza, e dalla saggezza popolare ho sentito dire che questo ha a che fare con la ricerca di un senso. E a lungo, ho pensato che il senso fosse lì, in ogni grande verità, in attesa di essere trovato.
Ma col tempo, sono giunto alla conclusione che la verità è irrilevante. Noi la chiamiamo la ricerca di senso ma sarebbe meglio parlare di forgiare un senso.”
Così comincia l’ultima Ted Talk di Andrew Solomon, dal titolo: “I momenti peggiori della nostra vita forgiano la nostra identità”.
Mi piace questa riflessione e la condivido. Non credo che esista un senso a priori, insito nel nostro destino. Procediamo nelle nostre vite un passo alla volta e la strada la facciamo camminando.
Mi piace l’espressione “forgiare un senso”. Dà valore a ciò che riusciamo a fare delle nostre vite, delle nostre esperienze.
Nelle fucine infuocate dalla vita diamo forma alle nostre ricchezze, prendiamo materiali informi e lavorandoli li trasformiamo in perle di consapevolezza, distillati di coscienza, gioielli preziosi di verità personali. A volte le perle sono deformate, i distillati nocivi, i gioielli paccottiglia. Vanno gettati nuovamente nella fornace per ulteriori trasformazioni, o tenuti da parte, per serbare memoria di percorsi da non ripercorrere.

“Noi lavoriamo con mani tremanti
a costruirti, Dio, pietra su pietra.
Ma chi potrà condurti a compimento,
o Cattedrale?”
Rilke, Il libro d’ore

Penso al dio interiore, quello spazio spirituale che costruiamo in noi.

E ancora una volta torna il pensiero alle già citate parole di Lou Salomé, in una lettera a Rilke: “Dentro è come se tu fossi diventato un pezzetto di terra, dove tutto ciò che cade, sia pure il frammento più piccolo, la cosa peggio riuscita, sozzura o rifiuto, deve trasformarsi uniformemente in nutrimento per il seme che vi è piantato. E allora poco importa se da principio sembra un mucchio di spazzatura rovesciata sull’anima: tutto diventerà terra, diventerà te.”

Granelli di sabbia

I territori che attraverso sono case concrete e case dell’anima, luoghi interiori e stanze d’ospedale, corpi feriti e anime provate. Ne esco carica di pensieri, a volte appesantita, a volte alleggerita. Quasi sempre con un profondo senso di appartenenza alla vita, alla comunità degli esseri umani.
Le vite che incontro mi pongono interrogativi, e siccome tendo a ragionare più per sintesi che in modo analitico, sono più portata a trovare i fili che accomunano vite tanto diverse. Trovo somiglianze nelle differenze, intrecci che avvicinano esperienze lontane tra loro, condivisioni più che contrapposizioni.
Il dolore per una disabilità, l’angoscia per una malattia che avanza e non dà scampo, la depressione per una separazione o un lutto, la fatica di fare i conti con le proprie difficoltà psicologiche… Situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate da quegli sguardi gravi, carichi di domande, di sgomento, di paura di fronte a un percorso sconosciuto.
E pur nelle grandi differenze, in quegli sguardi io vedo l’umanità, l’essenza profonda dell’umanità, che chiede di essere riconosciuta e amata. E quando la vedi, non puoi non amarla.
Umanità nelle sue tante unicità.
“Aderire alla nostra esistenza, con tutti i suoi problemi, i suoi limiti, le sue peculiarità, è vitale (…) dovrebbe essere trasmesso di generazione in generazione insieme con le posate d’argento e i racconti popolari del tempo che fu.” Lo scrive Andrew Solomon, nel suo bellissimo libro “Lontani dall’albero”, storie di vite che hanno dovuto fare i conti con diversità importanti, a cavallo tra malattia e identità. Bambini sordi, nani, transgender, autistici e altri ancora. E le loro famiglie, catapultate in mondi sconosciuti.
“Rumi ha detto che la luce entra in noi dalla ferita. L’enigma di questo libro è che quasi tutte le famiglie di cui parla hanno finito per essere grate per esperienze che avrebbero fatto di tutto per evitare.”
E ancora: “Non è la sofferenza a essere preziosa, ma la perla che produciamo cercando di isolare il granello di sabbia che ci è entrato dentro. Della sabbia ruvida dell’angoscia non ci sarà mai scarsità.”
Ecco, questi sono i fili che si intrecciano e accomunano vite tanto diverse: i fili del dolore, del bisogno di trovare soluzioni, forze nuove, nuovi equilibri; il bisogno di sfangarla, di uscire dai tunnel, di dare senso; la necessità di cambiare quando non avresti nessuna intenzione di cambiare; il desiderio di essere almeno un po’ felici.
Pazienti malati di qualche malattia del corpo e dell’anima, individui con la loro storia unica: lavoriamo tutti per provare a trasformare in perle i granelli di sabbia che ci sono entrati dentro.