Ubuntu (II parte)

G. aveva molti progetti, e una brillante carriera davanti a sé. Uscendo di casa in quella bella e assolata mattina di primavera non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata in modo così repentino e irrevocabile.
Si ritrovò in un Pronto Soccorso, senza giacca né cravatta, vestito del camicino azzurro dell’ospedale. Il collega che era con lui quella mattina aveva recuperato la sua borsa di lavoro, e quel pensiero lo rassicurava mentre aspettava l’esito degli esami appena fatti.
Quando il medico si avvicinò, capì subito dall’espressione che qualcosa non andava: “Quello sguardo ha cambiato la mia vita. Dopo, nulla è stato più come prima.”
“Dopo” tutti i progetti sono crollati e il futuro è diventato incerto. E’ iniziata un’altra vita.
Da quel giorno sono passati alcuni anni, non abbastanza da potersi considerare un po’ più al sicuro. Che poi, dopo certe esperienze, cambia anche il senso dell’espressione “al sicuro”.
“Sa, non avevo idea che la vita potesse cambiare così tanto, al punto da non riconoscerla più. Come se quel giorno mi avessero catapultato in un universo parallelo, dove tutto sembrava essere uguale a prima, ma nulla lo era più. C’erano ancora mia moglie, mio figlio, la mia casa… E poi gli amici, i colleghi, il lavoro. Eppure, era tutto diverso. Ricordo che, uscito dall’ospedale dopo l’intervento, camminavo per le strade della città e mi sentivo come nel film Truman show. Provavo un senso di estraneità, qualcosa non tornava. Dov’era finita la mia vita? Che scherzo mi avevano fatto? Rivolevo la mia vita di prima, non questo incubo vestito di normalità.”
G. non è al sicuro, ma sta meglio. Vive; ha attraversato territori sconosciuti, ha fatto incontri e scoperte. Ha capito quanto siamo interdipendenti, quanto bisogno abbiamo degli altri. “Lo capisci con la testa, passando dal corpo. Perché quando hai bisogno di qualcuno che si occupi della tua igiene, che ti lava a letto come se fossi un neonato, che svuota sacchetti maleodoranti, e magari lo fa parlandoti tranquillamente, col sorriso e una battuta sdrammatizzante, allora capisci davvero cosa significa avere bisogno di qualcuno. E gli sei profondamente grato per il fatto di essere lì con te. Non avrei mai pensato di poter essere così grato a qualcuno. Perché quel qualcuno ha raccolto la mia umanità prima ancora delle mie urine.”
Ubuntu: siamo interconnessi. Come cellule di un organismo, noi esseri umani intrecciamo le nostre vite in una rete che tutti ci sostiene, in qualche modo, per qualche tempo.
G., catapultato fuori dal suo mondo, ne ha scoperto un altro. Non pensava potesse essere anche così bello e ricco.
G. non è una persona reale, ma la sua storia racchiude tante storie vere.

14 pensieri su “Ubuntu (II parte)

  1. laurapozzani

    Leggerti mi dà sempre forti emozioni e mi fa riflettere su molte cose; con i tuoi scritti aiuti anche noi che ti leggiamo a capire, a crescere, a valorizzare di più le piccole fortune che ci capitano quotidianamente. Grazie cara Chiara.

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  2. luporenna

    Trovare del bello in certe esperienze suona un po’ come una forzatura: “di necessità virtù”, un esercizio di autosuggestione. Sarebbe meglio fare a meno, decisamente meglio …
    “La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che non si sarebbero percepite altrimenti. Quindi non è utile che alla conoscenza, e, all’infuori di essa, serve solo ad avvelenare l’esistenza, il che, sia detto di sfuggita, favorisce ancora la conoscenza. “Ha sofferto, dunque ha capito”, è tutto quello che si può dire di una vittima della malattia, dell’ingiustizia, o di qualunque altra varietà di sventura. La sofferenza non migliora nessuno (tranne quelli che erano già buoni), e viene dimenticata come viene dimenticata ogni cosa. Non entra nel “patrimonio dell’umanità”, né si conserva in alcun modo, ma si perde come si perde ogni altra cosa. Ancora una volta, serve solo ad aprire gli occhi.“ (Emil Cioran)

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Trovare il bello non è una forzatura, ma una possibilità per reggere, per andare avanti. Non è autosuggestione. Quando accade (e mica sempre accade) è una reale trasformazione.
      Vedo sofferenze tutti i giorni, fanno parte del mio lavoro. Di per sé, la sofferenza non ha il potere di far esprimere il meglio alle persone, può anche tirar fuori il peggio. A volte le persone capiscono, trovano senso, crescono, altre volte no. A volte le persone migliorano con la sofferenza, altre no. Ma non è vero che migliora solo chi era già buono prima.
      Le testimonianze di chi ha sofferto e ha dato risposte, costruttive o distruttive che siano, fanno parte del patrimonio dell’umanità. Proprio perché siamo interconnessi, non vanno perdute. Leggo le risposte al dolore di Etty Hillesum o di Rilke, guardo i quadri di Van Gogh, ma anche ascolto il mio vicino di casa che mi racconta la sua esperienza. E imparo, rifletto, a partire dalle storie che incontro.
      Non dico certo che è bello soffrire. Dico solo che, quando la sofferenza arriva, qualcosa se ne può fare. Lo vedo accadere, lo vivo.
      Ciao Tommaso, e grazie per il tuo commento…

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      È una categoria a cui tengo particolarmente. Lì c’è il mio lavoro e il tentativo di portare riflessioni e parole alle emozioni che mi muove. Spesso sono post nati da giornate emotivamente faticose. Scrivere è il mio modo di elaborare ciò che ho vissuto, di trasformare la pesantezza in qualcosa di sostenibile, significativo e condivisibile.

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