Quando pensi di sapere ciò che non sai (prima parte)

Ovvero: le distorsioni cognitive. Quando, cioè, distorciamo la realtà a nostro uso e consumo, senza rendercene conto, in tutta buona fede.
E’ una questione psicologica piuttosto interessante.
Negli anni ’60 un gruppo di psicologi fece il seguente esperimento: a dei volontari furono presentate alcune cause civili ipotetiche dando a tutti alcune informazioni di base. Successivamente furono divisi in tre sottogruppi: il primo ascoltò le motivazioni argomentate dall’avvocato dell’accusa, il secondo ascoltò quelle della difesa, il terzo ascoltò entrambe le argomentazioni.
L’esperimento era chiaro a tutti, dunque i primi due sottogruppi, quelli “di parte”, sapevano di avere informazioni parziali.
Cosa accadde? Chi aveva ascoltato la versione parziale era saltato più in fretta e con maggior sicurezza alle conclusioni, si era formato un giudizio pur sapendo di non aver ascoltato entrambe le campane.

L’aspetto interessante dell’esperimento è anche il passo successivo: quando le persone dei gruppi “di parte” ascoltarono l’altra versione dei fatti, cambiarono marginalmente la loro prima opinione, ma la loro parzialità rimase.

“Lo studio dimostrò quindi che le persone non solo sono portate a saltare alle conclusioni dopo aver sentito una sola versione dei fatti, ma è assai probabile che continuino a farlo anche quando hanno a disposizione informazioni aggiuntive che suggerirebbero una conclusione differente.” (cit. Le Scienze, 4 maggio 2012)

Dunque, ci formiamo opinioni sulla base di scorciatoie mentali. Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia autore di un bel saggio “Pensieri lenti e veloci”, sostiene che “costruiamo la storia migliore possibile a partire dalle informazioni che abbiamo… e se è una buona storia, ci crediamo”.

Ciò di cui non ci rendiamo conto è che il nostro cervello, a partire da alcune informazioni, a volte anche molto superficiali (una sbirciatina a Wikipedia, un occhio alla prima voce di Google, il commento del vicino di casa che è sempre così informato…) costruisce conclusioni di cui ci sentiamo sicuri, che diamo per vere e oggettive. Quelle diventano le nostre storie, che crediamo perfettamente logiche, razionali. Diventano le nostre verità.

Invece, “…le narrazioni sono  irrazionali anche perché sacrificano la completezza di un evento a favore della parte di esso che si uniforma a una certa visione del mondo. Basarsi sulle narrazioni porta quindi spesso a errori e stereotipi. E’ raro che ci si chieda: ‘Cos’altro dovrei ancora sapere prima di potermi formare un’opinione più documentata e completa?’ ” (Le Scienze).

L’unico antidoto alle distorsioni cognitive è ascoltare storie diverse, dialogare davvero cercando di capire i punti di vista degli altri, non cercando di convincere l’interlocutore delle proprie ragioni. E poi leggere, studiare, anche campane lontane, opposte. Ovviamente non si possono approfondire tutti gli argomenti, ma quelli che più ci stanno a cuore, magari sì. E per gli altri, rimanere aperti. Sapendo di non sapere, lasciando spiragli ai dubbi, alle domande.

La chiusura e la sicurezza rigida sono quasi sempre segnali di irrazionalità più che di approfondita riflessione.  E tutti cadiamo nell’errore, in alcune occasioni. Tutti diventiamo irrazionali, pensando di argomentare le nostre posizioni con assoluta razionalità.

Sicché io ho una regola aurea: se mi accorgo (e non sempre accade) di non essere disponibile ad accogliere storie diverse da quella che mi sto raccontando, verità diverse da quelle di cui mi sono convinta, mi fermo. E meno ho voglia di fermarmi, più significa che c’è bisogno di farlo. I click di chiusura interiore sono campanelli d’allarme che richiedono pausa di riflessione.

Non mi sono mai pentita di averli ascoltati.

12 pensieri su “Quando pensi di sapere ciò che non sai (prima parte)

  1. marco

    Hai posto una serie di questioni interessantissime, oltre l’aneddoto sull’esperimento! Mi hai ricordato quando seguivo “Teoria della conoscenza” all’università di filosofia, solo che hai spiegato molto meglio rispetto a quella pazza della mia prof! Se ti può interessare comunque ti consiglio il libro su cui avevo studiato questi argomenti, da un punto di vista non psicologico ma filosofico, anche con l’uso di esperimenti mentali: “Teoria della conoscenza” di Nicla Vassallo (la prof di cui ti parlavo appunto), dà una prospettiva molto ampia su tutte le teorie cognitive e gnoseologiche, incentrandosi appunto sul valore fondamentale della testimonianza, come hai rilevato nel tuo post! Poi sicuramente ci saranno altri manuali o libri sulla questione, solo che non ho mai più approfondito questa branca della filosofia; invece credo che sia molto interessante!

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  2. gardentourist

    Non lo conoscevo, Kahneman. Sembra un altro elogio della lentezza, di cui ho sempre più bisogno… trovo sia fecondo fermarsi ogni tanto per riflettere sugli “strumenti” con cui affrontiamo la realtà… per affilarli o sostituirli… grazie!
    Credo di essere diventata, mio malgrado, una discreta specialista nel costruire paradigmi e teorie che tengano assieme tutto quello che non riesco a capire chiedendo e cercando alla fonte (le “storie migliori possibili” di DK? Lo scoprirò…). Reggono poco, per fortuna. E mi lasciano sempre la voglia di ricominciare il gioco. Ma chissà se sto solo girando nella mia boccia di vetro… argh! Ok… mi fermo qui, buona buona. Ad aspettare la seconda parte 😉

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Scriverò ancora su Kahneman, è una lettura molto interessante. Non è propriamente un elogio della lentezza, perché entrambi i tipi di pensiero sono utili e funzionali. Solo bisogna sapere che ci sono, e quando funziona uno o l’altro. Certo è che quando è possibile, la lentezza è senz’altro una condizione esistenziale che ci fa vivere meglio e pensare meglio…
      Mi sa che ci sarà anche una terza parte…

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  3. Manuel Chiacchiararelli

    Ciao,
    molto interessante questa tua riflessione. Penso che possiamo adesso cercare di essere aperti a valutare tutte le informazione che abbiamo e non solo quelle chee crediamo giuste…
    ma penso anche che sia molto difficile cambiare le credenze con le quali siamo cresciuti, ossia con le convinzioni che parenti, scuola o amici ci hanno inculcato sin da piccoli..
    Buona giornata Chiara

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Sì, è molto difficile, e non ci riusciremo mai del tutto. Ma ciò che conta è cercare di acquisire consapevolezza quando qualcosa emerge, quando un po’ di distanza si crea tra ciò che diamo per scontato e la nostra capacità riflessiva.
      Buona serata, Manuel

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  4. tramedipensieri

    Sono ferma.
    Complimenti per questa importante riflessione, attualissima per i tempi che viviamo…e come ben scritto: tenere sempre la mente aperta…apertissima.

    buona giornata
    .marta

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