Vorrei averlo fatto

Su segnalazione di un’amica, ho scoperto Bronnie Ware, un’australiana che per alcuni anni si è occupata di pazienti terminali. Il suo blog è diventato molto famoso per un post in cui parlava dei 5 rimpianti che più spesso ha ascoltato da quei pazienti.

Questi i “regrets”:

1) vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita fedele ai miei principi, e non quella che gli altri si aspettavano da me.

2) vorrei non aver lavorato così tanto

3) vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti

4) vorrei essere rimasto in contatto con i miei amici

5) vorrei aver permesso a me stesso di essere più felice

Nella mia esperienza con quei pazienti e con i loro familiari, ho trovato anch’io quei rimpianti, specialmente i primi tre. Riassumibili nel titolo italiano del libro che poi la Ware ha scritto: “Vorrei averlo fatto”.

Ho ascoltato persone che mi raccontavano il loro dolore per non aver fatto, per non aver detto… quando non c’era più tempo per fare, e a volte non c’era più tempo neanche per dire. Ho visto i loro sguardi arrabbiati, oppure tristemente rassegnati, comunque dolenti.

Ho invece incontrato sguardi tristi ma sereni, ed erano tutti di persone che mi dicevano di aver fatto la loro vita; il possibile, certo… senza grandi rimpianti.

Ecco, quelle testimonianze di vita sono diventate per me un prezioso monito a non lasciare indietro ciò che è possibile fare, e dire. Non conosciamo il tempo a nostra disposizione, e spesso questa angoscia è fonte di fughe formidabili. Lavorare in ospedale mi ha aiutata a incontrare quell’angoscia, e nel tempo mi ha insegnato  -e mi insegna- a vivere nel presente, pienamente, nei limiti del possibile. “Si fa quel che si può”: è una verità profonda, piuttosto difficile da praticare perché è davvero difficile capire quali siano i limiti reali.

Però bisogna provarci. Una donna mi raccontò di un litigio telefonico col  marito, e che quella era stata l’ultima volta che si erano parlati, quello era stato il loro saluto: un ictus violento aveva impedito dialoghi successivi. Ricordo la sua espressione mentre mi parlava. Da allora, cerco di non lasciare mai sospesi con le persone che amo. Cerco di non uscire di casa arrabbiata, senza aver messo almeno un piccolo ponte per raggiungere mio marito sull’altra sponda del fiume.

Le testimonianze di chi è sulla soglia ultima della vita sono un aiuto e un invito a non sprecare occasioni, a dare valore alla nostra vita, a darle una direzione sensata.

Fare i conti con la morte ci aiuta a vivere. E ad essere -quando è possibile- profondamente felici.

 

 

15 pensieri su “Vorrei averlo fatto

  1. Giovanni Alfieri

    Come dice Manuel: dovremmo vivere la vita come se fosse l’ultimo giorno ma in verita come scrivevo tempo fa, ” Trattiamo la nostra anima alla stessa stregua delle tasse:
    pensiamo a questa solo qualche giorno prima della “scadenza”.
    Un saluto Ciao

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  2. Tanek™

    Bel post e bei commenti, è un tema che mi sta a cuore perché tendo sempre a pensare ai “what if” della mia vita.
    Il problema secondo me è che a volte ci si scontra con gli aspetti negativi di molte cose, per esempio delle stesse 5 cose che hai menzionato tu, e quindi forse si perde un po’ di voglia di provarci e di insistere. Ma per fortuna non sempre e non con tutti! 🙂

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Capita di perdere la voglia di provarci… certo… E gli aspetti negativi sono parte integrante di ogni cosa. Facciamo quel che possiamo e, a posteriori, anche il non averci riprovato può acquistare senso. 🙂
      Ciao!

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  3. Manuel Chiacchiararelli

    Sai coem la penso a riguardo…
    Per certi versi dobbiamo sperare di sapere in anticipo la nostra fine per aver tempo di fare quello che altrimenti non facciamo…perchè, per indole, l’uomo tende a dimenticare che il tempo non è eterno e che la morte bisogna eluderla cancellandola anche dai pensieri.
    Dovremmo iniziare a vivere veramente come se fosse l’ultimo giorno

    ciao Chiara, bel post

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  4. sorrentinoillustratore

    C’è un immagine che mi torna spesso in mente, è una scena di STALKER il film di Tarkovsky in cui il protagonista, lo Stalker, che è una guida che porta le persona nella “ZONA”, un luogo dismesso e recintato dall’esercito dove si trova una stanza in cui chiunque può sapere cosa vuole veramente, chi è. Arrivati vicino all’ingresso di questa stanza lo Stalker e i suoi clienti si trovano davanti un campo invaso di erbacce, lo Stalker li ferma e spiega alle persone che lo seguono che quel punto è molto pericoloso, c’è un sentiero che è l’unico che si può percorrere senza pericoli ma cambia gni volta e non si vede, per trovarlo lui lancia dei bulloni a cui lega delle bende di stoffa e ascolta la risposta del suo lancio per capire se la direzione è giusta o no.
    Ma anche l’ascolto è complesso, lo Stalker non è mai certo di aver compreso e spesso deve ripetere il lancio e rimettersi in ascolto.

    Questa scena mi ha sempre impressionato, nessuno è riuscito a raccontare meglio la complessità di ascoltare la propria interiorità e cercare di capire cosa si deve fare e dove bisogna andare.
    Capire quello che dobbiamo fare a volte è molto difficile e ancora più difficile è sapere se possiamo farlo, spesso, forse sempre, possiamo solo provarci.
    A volte non riuscirci e rendersi conto di non esserci riusciti è averci provato.
    Entrando così a fondo nella questione la differenza sta nei vissuti, che sono i nostri bulloni. Vissuti del tipo “Tanto non ce la posso fare” o ” A che serve, lui /lei non mi ascolta” o ” Per riuscirci bisogna essere/ avere questo o quello ” non sono bulloni che ci possono aiutare, dobbiamo buttarli e trovarne di più utili.

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    1. arte64

      Conosco bene quella scena. E concordo, la differenza sta nei vissuti: non a tutti è concessa la stessa libertà di scelta – da qualche parte, il margine esiste sempre – ma non tutti riescono a trovarlo. Alcuni hanno zavorre tali che non riescono neanche a lanciare il bullone. Altri hanno la fortuna di incontrare una guida – ma neanche lo Stalker è sicuro di conoscere bene la strada.

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      1. sorrentinoillustratore

        E’ proprio così, non tutti riescono.
        Questa è una possibilità amara ma che non si può eliminare dall’orizzonte, pena la paralisi, perchè la paura rimossa ritorna come fantasma di sciagura e impossibilità.
        Se ce la faremo o meno lo dirà solo la nostra storia, in questo senso torniamo al provarci come unica possibilità.
        Accettare la possibilità, qualunque essa sia, sperando che ci dica bene.
        Detto questo le zavorre sono le zavorre, e bisogna tenerne conto per evitare di farci trascinare a fondo, a volte è giusto non tuffarsi nel mare se non sentiamo le forze necessarie a fare la traversata, bisogna alleggerirsi del peso o rafforzare la resistenza, poi si vedrà.

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  5. arte64

    Il confronto quotidiano con la morte infatti insegna questo. Ma insegna anche, almeno io credo, a capire che, se uno non l’ha fatto, vuol dire che in quel momento, in quelle circostanze, per com’era, non lo poteva fare. Si tratta anche di scelte, ma non solo di scelte. Questo è qualcosa che, alla fine della vita, può essere importante sapere. Uno ci ha provato – per alcuni è facile, per altri difficile, per altri ancora impossibile.

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  6. tramedipensieri

    Buongiorno….
    …con senno di poi….
    Non si finisce mai di imparare e anche così è dura l’applicazione di certi modi di fare…
    ciò che è stato è stato. E’ inutile…si dovrebbe cercare di ricavarne il meglio.

    abbraccio
    .marta

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Ciò che è stato è stato. Ma ciò che è, è lo spazio in cui possiamo fare qualcosa… E poi io credo che quel che conta sia il tentativo, il provarci, più che il risultato. I rimpianti profondi nascono dal non averci neanche provato…
      Ciao!

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