Sera dopo

“Non si esce mai indenni da queste incursioni nel cuore della sofferenza degli altri.” (Marie de Hennezel)

In effetti questi giorni sono stati pesanti, lavorativamente parlando. Non sono uscita proprio indenne da alcune stanze. Si usa l’espressione “contagio emotivo”, e in questi giorni mi è stato molto chiaro cosa significhi: frammenti di stati d’animo altrui mi sono rimasti attaccati addosso, occhi smarriti hanno continuato a guardarmi… E anche quando, a casa, preparavo la cena o leggevo un libro, un alone di pesantezza stava acquattato in fondo all’animo.

Oggi, però, sono uscita abbastanza presto: c’era ancora il sole e il cielo era azzurro, l’aria non era fredda. Sono andata a fare la spesa: mi sono concentrata su mele e arance, sui prodotti di cui avevo bisogno; ho annusato ammorbidenti, letto qualche etichetta, scandagliato con attenzione i banchi freezer, a caccia di surgelati appetibili e pronti in pochi minuti.

Un tuffo nella normalità, nella vita concreta e quotidiana: ne avevo bisogno, e di corridoio in corridoio, insieme al carrello spingevo in su anche il mio umore.

Così stasera, ripreso un certo equilibrio, torno indietro a recuperare anche un senso per la fatica dei giorni scorsi. E torno alle parole della de Hennezel: “…proprio attraverso le cose che ci feriscono diventiamo vulnerabili, quindi aperti agli altri e veramente umani.”

E ancora: “Non si sa mai chi accompagni chi, e questa è la dimostrazione della reciprocità della relazione. (…) l’altro mi porta qualcosa con l’esperienza che sta vivendo, mi avvicina a me stesso, alla mia condizione di essere umano sofferente. Ci sono benefici reciproci nell’accompagnamento.”

Sono completamente d’accordo. E in fondo, penso che non sia molto diverso dal senso dello stare qui a dialogare attraverso i post con altre storie, altre esperienze, altri sguardi: condividiamo i percorsi e così sappiamo di non essere soli; da lì traiamo forza per combattere le nostre battaglie, godiamo leggerezza e sorrisi per riprendere energia.

Per me una delle grandi bellezze della vita è proprio il dialogo, la possibilità di condivisione. Ecco, lì trovo la meraviglia. Lì si ricompone il dolore. Nel cuore dell’umano, fluisce la vita.

4 pensieri su “Sera dopo

  1. andreagarbin

    MI hai fatto ripensare ad un film di Win Wenders, Il cielo sopra Berlino, nella cui prima parte in un bellissimo e struggente bianco e nero gli angeli si posano di fianco alle persone per ascoltare i loro dialoghi, le loro sofferenze, per provare a sentirsi vivi, a condividere e imparare a comprendere la vita, fino a che uno decide di scendere per provare a comprendere qualcosa di più……

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    1. sguardiepercorsi Autore articolo

      Ricordo quel film… Sì, anch’io comprendo me stessa e la vita anche ascoltando le esperienze di sofferenza. Spesso mi capita di pensare a un verso di Emily Dickinson: “Amo un volto d’agonia perché so che è sincero”. Ora, senza arrivare all’agonia, incontrare la sofferenza apre le porte a un dialogo profondo, tocca l’autenticità degli individui e anche la mia. E quel toccare corde autentiche e profonde ha il potere di aprire porte dell’anima. Davvero lì c’è vita. Lo scambio che accade, l’intensità che si tocca sono una ricchezza che dà senso alla vita.

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  2. arte64

    Citando Buber, direi che per me l’esistenza è incontro. In ogni incontro vero ci si mette in gioco, quindi mai ci si limita a prendere o a dare, ma accadono entrambe le cose. Alcuni incontri, anche professionali, ci richiedono di più. A me questo accade specialmente se c’è in gioco un sottile meccanismo di identificazione. La cosa strana è che questa può avvenire anche con persone apparentemente del tutto diverse da me – viene azionato da piccoli segni, parole, sguardi. Certi incontri lasciano il segno più di altri.
    Bisogna, allora, trovare un modo per ricostituirsi. Questo può essere scrivere, ascoltare musica, ma anche assistere a un torneo di pallamano e fare il tifo. Toccare la propria finitezza ma inserirla in un contesto vitale.

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